30 aprile 2015

Der Untergang



Come siamo arrivati a questo punto? 

Abbiamo ventott'anni portati a fatica dietro barbe incolte, risvolti ai jeans che ti puoi permettere solo se hai caviglie da ballerina e camicie con fantasie vomitate da improbabili artisti. Un retaggio del diffuso hipsterismo che ha colpito duro la società con un pugno ben assestato nello stomaco. Una battaglia persa ancora prima di annunciare l'intenzione della guerra: il rigetto del conformismo che si conforma a sé stesso; in due parole, una caricatura. 

Ci siamo arrivati di soppiatto, senza rendercene conto. Come quelle gite domenicali che fai da piccolo, legato ad un seggiolino di sicurezza in una familiare con tutta la famiglia attorno. Non sai perché sei lì, non sai cosa stai facendo, non sai dove stai andando. Sei perso nel paesaggio che scivola sul finestrino come un 18 millimetri a cui hanno applicato un filtro Instagram per renderlo più reale. Ad un tratto la macchina frena, scendi, ti svesti e sei davanti ad una pozza d'acqua con trecento tedeschi bianchi come il latte e duri come il diamante che ne ornano la riva. Sei lì, punto.

E tu non sai nemmeno se ci volevi venire.

Ti trascinano in cima al costone a sud della zona balneare. Di solito è lo zio che vuole fare il simpatico a tutti i costi perché non ha figli suoi e deve compensare cercando di uccidere quelli degli altri. Ti sporgi e l'occhio affoga nei metri che separano in verticale la terra dall'acqua. La pupilla si lascia inghiottire dall'iride, investita dalla luce riflessa con una violenza inaudita. Un passo indietro per il bagliore e quasi si perde l'equilibrio. Tutti si buttano e allora prendi la rincorsa. 

E tu non sai nemmeno se volevi saltare.

L'acqua è fredda. Non tocchi e fai fatica anche a nuotare. Ti viene in mente che hai anche fatto colazione. Abbondante. Ma ormai ci sei dentro fino al collo. In certi momenti anche sopra il collo, quelli in cui respiri oltre all'ossigeno anche l'idrogeno: per capirci, quando affondi perché non hai più forze. Due parole ti risuonano in testa: "colazione" e "abbondante". Perché, in fondo, non sai fare altro che ripeterti.

Come siamo arrivati a questo punto? 

Abbiamo ventott'anni, l'età in cui ti aspetti che andrà tutto bene perché, come diceva un grande, hai passato l'età del tragico. "I poeti muoiono a vent'anni e le rock star a ventiquattro". E tu non sei mai stato né poeta né musicista. Ma fai quello con l'orecchio fino e la passione per i libri, ascoltando band che nessuno ascolta e leggendo libri che nessuno legge, credendo che in fondo a qualcuno possa interessare come argomento di conversazione. Perchè è facile fare il sapiente davanti agli angeli della desolazione, con il contraddittorio assente e la platea ignorante che ascolta personaggi ancor più ignoranti cresciuti cibandosi del proprio sé.

Di profondo non c'è mai stato nulla, nemmeno qual lago. Di profondo non è mai esistito nulla, ché tutto è già stato scritto o detto o dovrà essere scritto ed essere detto. L'istante in cui stiamo esistendo è già passato e futuro e noi non lo sappiamo perché crediamo sia eterno. Ventott'anni sono un preludio, un allegro minuetto che si diffonde senza forma e senza tempo in una dimensione metafisica: invenzione, pura invenzione dell'intelletto. Perché la più dura verità è che tutto è un'invenzione. E di questo ci beffiamo finché non incappiamo in "certe bizzarre occasioni e circostanze in questa strana mistura che chiamiamo vita in cui un uomo prende l'intero universo per un'immensa burla, sebbene l'arguzia di ciò non riesca a percepirla che indistintamente, e nutra più d'un sospetto che la burla non sia alle spalle d'altri bensì alle sue."

Perché, in fondo il massimo pensiero a cui abbiamo aspirato nella confusione generale è stato solo uno: "colazione" e "abbondante".




29 giugno 2013

"View from heaven"



c'era una finestra aperta stasera in paradiso. pochi vi si sono affacciati per vedere cos'era quel frastuono che saliva veloce dal fondo del mondo. una volta lassù si perde la curiosità perchè tutto è svelato e la si dona ai bambini in fasce, timorosi delle ombre che riescono a scorgere fra le figure distorte di parenti premurosi che si accalcano in fronte ai loro visi. 

mi chiedo se anche tu hai smesso di cercare quello che ti rendeva felice.

qualcuno ha quasi imprecato perchè sentiva uno spiffero salire beffardo e strafottente da sotto la tonaca bianca e scalare la schiena saltando a ogni vertebra sporgente fino a mordere il collo poco prima dell'attaccatura dei capelli. poi si è ricordato che l'abito fa il monaco ed il luogo richiede una certa coerenza di fondo, continuando a camminare incurante. guardare da dove venisse quell'alito d'aria costava troppa fatica.

mi chiedo se anche tu ogni tanto sbeffeggi questi vecchi santi svogliati.

il cielo era così terso che potevo vederci attraverso, anche nel buio della notte. è il momento migliore per cercare di scorgere qualcosa. di giorno dicono che c'è troppo riflesso e puoi solo specchiarti, nemmeno troppo bene. 

mi chiedo dove cammini quando le nuvole spariscono dal cielo.

la finestra se la sono dimentica aperta, lassù in paradiso. da qui, ora, lo vedo chiaramente. la tenda sbuffa in continuazione, stufa dell'aria che la tormenta senza sosta. la cervicale di qualche santo comincia a spazientirsi. qualcuno fa fatica a prendere sonno. 

prima di andare a dormire ho urlato qualcosa quaggiù, dal fondo del mondo.

mi chiedo se, fra il rumore e la confusione, sia riuscito a sentirlo anche tu...

2 novembre 2012

Vagrant Story

come ogni fine estate anche quest anno è arrivato il momento di fare i bagagli e scendere verso la città. fa quasi spavento vedere che tutte le mie cose stanno in poco più di uno scatolone; quelle importanti anche in meno, diceva mio nonno. l'isolamento montano pieno di pagine d'autore, notti fredde, brina mattutina, bici, sole è finito un po' prima del solito e la cosa ha una sfaccettatura malinconica. c'è un cambio di ritmo, da rock-vacanza a speedmetal-università ed ogni scusa è buona per scaricare un film indie, di quelli che la gente di solito non capisce o non conosce o tutte e due le cose. pensando a quello che si lascia e quello che aspetta vien voglia di assaporare per un'ultima volta tutto quello che c'è quassù e che non ha nulla a che spartire con il mondo laggiù. c'è sempre qualcosa da scoprire fra i sentieri della montagna e c'è sempre qualcosa che questa ti racconta, se sai ascoltare bene, in silenzio.

camminando sui campi di fieno appena tagliati mi fermo un attimo fra un covone e l'altro e guardando in altro vedo le prime Viaggiatrici Piumate, le allodole, che disegnano qualche lettera nel cielo trascinandosi verso sud. mi sono sempre chiesto se abbiano paura di perdersi strada facendo: forse stanno solo provando le partenze intelligenti, in anticipo di quasi un mese su tutte le altre. vorranno assicurarsi i posti migliori o evitare il traffico, in fondo tutto il mondo è paese. se passando mi avessero visto sono sicuro che mi avrebbero salutato. 

la stanchezza che si raccoglie all'imbrunire in ogni parte del corpo va stemprata con una lunga pausa e quale posto migliore se non il Re dei Covoni che come una statua riposa in cima alla collina e da lì sorveglia ogni cosa che giace immobile? è lui che quando cala la sera racconta le fiabe della buonanotte per far addormentare tutti gli altri rotoli di fieno e dà un bacio in fronte alla Trebbiatrice che stanca dalle fatiche agricole dorme già in mezzo al campo, vicino al Melo che con le sue fronde la ripara premuroso.

ci vuole un salto secco, deciso, preciso per arrivare quasi in vetta al Re: non è detto che ci si riesca al primo tentativo. bisogna calcolare e controllare ogni attimo di quel movimento come un ginnasta e una volta che le mani toccano la paglia afferrarsi stretti e puntare i pedi trascinandosi sulla sommità come se fosse l'ultima cosa da fare in questa vita terrena. è quando ti distendi a rifiatare per lo sforzo con la schiena che gratta la superficie curva e pungente (nel senso che punge, come un letto da fachiro, anche se non ne ho mai provato uno) che vieni ripagato di ogni fatica. il Re è ancora barcollante e lo senti dondolare appena sotto di te in segno di sconfitta. l'hai domato e riconosce la tua bravura nonostante quel ciondolio continuo sia testimone del movimento sgraziato che ti ha fatto vincere la battaglia: c'è ancora del lavoro da fare.

le allodole ancora lontane dalla loro meta mediterranea sono ormai sparite - come l'ultimo sole - ma hanno ceduto il loro posto alle cicale, i Soprani della Terra, che annunciano la Madre Notte con i loro gracidii intonati in un coro asincrono. mi è venuta improvvisamente voglia di autunno, di castagne, di pozzanghere da increspare saltandoci dentro, di muschio e di giallo e rosso, di cappotti e berrette. c'è ancora un alito di vento caldo che spira da qualche paese fortunato in cui le persone scure in faccia per i raggi del sole portano ceste di frutti tropicali ai mercati e vestono con eleganti e variopinti teli di seta, o forse arriva da qualche paese povero che maledice quella calura incessante e la siccità che provoca. quelle risate e imprecazioni si raccolgono in un solo sospiro che porta lontano tutti i sentimenti e li mescola in un calderone fiammeggiante che ribolle in una tenue tranquillità. 

a poco a poco le stelle si accendono alcune da sole altre in compagnia. chissà se si sentono mai sole essendo così distanti. forse sono solo timide, ché escono sempre di notte e se parli a voce troppo alta certe volte ti sentono e non si fanno nemmeno vedere. forse sono solo le Lampade dell'Universo che esseri alieni accendono per paura del buio e più vicino sei a loro più riesci a vederle meglio. non segnano nessun ora ma mi ricordano che è tardi e che è ora di tornare a casa, davanti al fuoco caldo e vivo. anche il Re è stanco di portarmi in spalla e sta diventando umido e freddo per la fatica. un'ultima occhiata in su, occhi al cielo. c'è un piccolo puntino giallo oro che brilla da qualche parte sopra la mia testa e sembra una neon intermittente di un bar del bronx, quasi volesse segnalare un qualche messaggio telegrafico: punto, punto, linea, punto, linea, linea.... se è un extraterrestre che sta cercando di contattarmi anche lui deve aver fatto tardi, dev'essersi perso in un qualche campo di asteroidi a farsi raccontare qualche storia dalle cose attorno a lui. anche se, devo ammettere, forse è solo una stella difettosa che ha bruciato la resistenza e va sostituita. in fondo anche lì, in mezzo al nulla, c'è bisogno di un elettricista - ma uno bravo - che sappia risolvere il problema. 

e vista l'ora, mi sa che questa volta viene a costare un sacco...



13 maggio 2012

At The End Of The World

- hai gli occhi tristi, e stanchi -

poi si è voltata e se ne andata. è l'ultima cosa che ricordo di lei, assieme ad una carezza sul viso, proprio dove ho una fossetta; quella che lei adorava nel silenzio delle lenzuola al mattino. ancora faccio fatica a rievocare i motivi della nostro abbandono reciproco, perchè sono cose che non succedono da un giorno all'altro ma crescono immobili nascoste dietro alle bugie dette dopo un pranzo o un viaggio o prima di salutarsi. mi sforzo e a malapena mi torna in mente il tono della sua voce quando diceva "ti voglio bene": stava lì assopito e si è risvegliato come le favole che mi leggevano da bambino e che ogni tanto prima di dormire tornano a cullarmi fra l'ultimo pensiero e il primo sogno. 

- ci vediamo in giro, se capita -

solo questo sono riuscito a dirle. poi sono salito in macchina e ho guidato fino ad un posto che non mi ricordasse lei, perchè in fondo quando qualcosa finisce quello che si deve fare è dimenticare; e in fretta. ho guidato e ho fatto saltare i vetri della macchina cantando a squarciagola ogni canzone che passava nello stereo. scalavo le marce con rabbia e ad ogni semaforo mi mangiavo le unghie. il paesaggio assolato scorreva libero incorniciato dalla carrozzeria opaca della mia auto: come un film da pellicola aveva un effetto oltremodo luminoso che faceva così male agli occhi che non potevo fare a meno di piangere. perchè si piange solo se entra qualcosa nell'occhio o se si rimane abbagliati dal mondo esterno nel pieno del mezzogiorno quando i riflessi sulle foglie degli alberi li fanno sembrare giganteschi strobi da discoteca.

non è mai capitato di vedersi in giro. siamo fuggiti tutti e due, lei dietro a un altro uomo innamorato e io dietro al mio lavoro in città agli antipodi del globo. così distanti che sono quasi vicine. mi alzo presto alla mattina e faccio un giro nel campo di mele, o manzanar come lo chiamano i locali, a due passi dal posto in cui vivo. non la chiamo casa perchè ci sono ancora gli scatoloni pieni di cose ammassate alla rinfusa e sono troppo pigro per sistemare tutto. mia madre ha sempre detto che non puoi dire che sia casa tua finchè non hai delle tende appese alle finestre e io, le tende, non ho mai potuto soffrirle. 

il giorno sembra infinito quando ti alzi a vedere l'alba, dura più di un intero sogno ad occhi aperti. mezzogiorno e tramonto li osservo sotto un vecchio tronco inciso da ragazzini con temperini arrugginiti. riposo fino a sera, quando non rimane che un piccolo pezzo di cielo sospeso fra la montagna verde e il sole. la luce non durerà a lungo e allora mi alzo e ritrovo le mie impronte mattutine nell'erba schiacciata. 

- torni a casa, forestiero? -

mi urla javiero, un contadino in canottiera, da sotto un bel cappello di paglia intrecciato a mano dai bambini del posto che si annoiano durante le vacanze estive. usano i quattro spiccioli guadagnati vendendo ornamenti per comprare della coca-cola al bar di paese e vanno a berla in riva al fiume dove abbandonano i tappi di bottiglia nel fango e consumano i primi baci con ragazze ingenue di qualche anno più giovani. 
lo guardo mettendo una mano davanti al volto per nascondermi dall'ultimo squarcio di luce. non vorrei che cadesse una lacrima, chè si piange solo quando si rimane abbagliati.

- no amigo, non ancora.. -



22 dicembre 2011

Wagon Wheel


se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? - che aspettavano solo di potersi posare sulle ninfee color panna. ne ho staccato un petalo e l'ho abbandonato alla corrente. non ricordo cosa è successo dopo perchè ho smesso di guardare distratto dai cerchi nell'acqua. quelli erano perfetti.. quelli facevano paura. ho ancora le mani pasticciate tanto che ho provato a lavarle con tutto il sapone che sono riuscito a trovare ma sono ancora sporche e allora le ho sfregate e sfregate nella cenere del camino ma si sono sgretolate fino all'osso del polso ed ora non posso più far nulla. ho raccolto quel mucchio di resti e l'ho seppellito sotto ad un tumulo di terra bruciata. devo avere un nonno-lucertola perchè il giorno dopo sono ricresciute fino alla punta delle dita, identiche a prima ed io non ci ho capito un accidenti di niente. allora mi sono disteso al sole sulla roccia più lontana dalla mia casa e dal fumo del comignolo di montagna per onorare il mio avo e il mio corpo si è ricoperto di pelle scura, scura come la notte che stava arrivando. gli occhi sobbalzavano impazziti ed erano l'unica cosa che si poteva vedere e che brillava assieme al mio sorriso. ho dovuto cominciare a strofinarmi sulla corteccia dei pini albini perchè sentivo l'intero corpo prudere e così avanti fino a mattina quando l'intera foresta si è annerita ed i pini albini erano ormai solo un lontano ricordo. il mio corpo era tornato bianco latte orrendo mostruoso coperto di corteccia. sono tornato nel cassetto dell'infanzia e ho rubato una scatola di pastelli ed ho iniziato prima giallo poi rosso poi blu li ho mischiati creando un cocktail di colori e mi sono ubriacato e per tutto il pomeriggio così avanti. ho creato così tanti colori che alcuni erano perfino inimmaginabili, non si credeva esistessero e li ho mescolati per nascondere quel pallore che ricopriva il mio corpo dalla testa ai piedi. ero un uomo-arcobaleno-rettile-corteccia, un misto di ogni forza di quella che hanno chiamato natura. eppure mal sopportavo ogni cosa pur essendone parte. ero una parte di tutto e nulla di intero, nulla di niente. se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? e così avanti.

22 giugno 2011

Soul & Body


"torno subito"

non il prima possibile.
non più tardi del giusto momento.

good bye..

3 marzo 2011

The Never Ending Story - part I

Saranno almeno quaranta i gradi che segna il termometro appeso alla ventola dell'aria condizionata come un'ironica decorazione dentro alla Bolgia, bar noto fra i bassifondi del quarto girone infernale di questa disgraziata periferia. il barista sputa in terra abbellendo il linoleum marcito sotto i suoi piedi mentre versa un altro giro per tutta la Gang, o almeno quelli che non si sono persi per strada a raccattare cicche da qualche sconosciuto. sono tutti seduti attorno ad una tavola rotonda intagliata da teppisti quindicenni frequentatori occasionali nelle ore di marina. le uniche scritte a penna sono firme contraffatte di genitori.

la sbobba alcolica arriva a destinazione e scompare negli stomaci dopo un brindisi veloce. in un sorso l'Avvoltoio butta giù il liquore seguito da smorfie varie e sbatte il bicchiere sul tavolo. tenendo fede al suo soprannome, perde un attimo la concentrazione seguendo il tanga disegnato sul culo di una maggiorata che sta uscendo buttando il posteriore a destra e a sinistra. vicino BarbieScarpe disapprova rimettendolo a posto da sotto il tavolo con il suo tacco dodici, scuotendo i capelli ramati. La morale qui non è un'opinione, almeno nei giorni dispari. di fronte Pascal segue divertito, ghignando. Lui è il filosofo della vita di mezzo e ce lo dimostra ordinado altre pinte, questa volta senza erre moscia. dal fondo sbucano le Chiare, un' unica entità femminile che deve il suo soprannome a due prorompenti seni. ogni sua apparizione carica l'aria di ormoni maschili e colli torti a 180 gradi. sulla sua spalla destra penzola la coda del Guercio, un felino domestico che si è giocato già troppe delle sue sette vite e mi addocchia da dietro la cicatrice: non corre buon sangue fra di noi. Charlie è in ritardo, sta aspettando Limone. ancora oggi ignoro il perchè dei loro soprannomi, credo fossero già scritti nei loro geni ancor prima della notte dei tempi in cui tutto è stato creato quindi non mi rimane che indovinare: mi immagino Charlie a letto con tre DonneAngelo piene di ali piumate posticce e Limoz l'esperto del limone duro, quello con la lingua di ferro. Ad ogni modo da capotavola parte una bestemmia frecciarossa espressa con cinque minuti di ritardo accumulati fra Vaffanculo e Stronzi. è l'indistinguibile dolcezza di BarbieScaricatriceDiPorto, donna passionale dal linguaggio cristianamente scorretto. i due compari non hanno scuse, dovevano essere già qui a trangugiare fuoco e risate.

la porta d'ingresso sbatte, dovranno esser loro per forza e invece entrano una bionda e una ancor più bionda che chiameremo la Secca e la Sanguisuga. la prima è magra quanto basta per esser classificata fisico da terzo mondo e la seconda la segue a traino in uno strano rapporto di simbiosi. Avranno sì e no diciotto anni, a farla lunga, decorate come vere prostitute d'altoborgo con drappi leopardati e capelli color platino. gli occhi pestati di trucco e le labbra tinte di rossetto in risalto sulla carnagione impallidita da un fard biancastro: una generazione rovinata dal ladygagaismo imperante sulle emittenti e i giornaletti scandalistici da quattro soldi che insegnano ai teenager modelli di cui non hanno bisogno, ma al tavolo dei grandi pensatori alcolici impazzano i commenti. BarbieScarpe ride con le Chiare, BarbieScaricatriceDiPorto complotta con il Guercio torture medioevali di indicibile crudeltà, io e Pascal decidiamo come dividercele. La Secca va dritta al banco e chiede un Virgin GinTonic, probabilmente per compensare con tutti gli uomini che ha avuto. La Sanguisuga la segue a ruota, tenendo fede al suo improvvisato soprannome. io Pascal e l'Avvoltoio ci alziamo all'unisono e approcciamo le due ladygagaiste pop-punk-skunk decadute mentre subiamo il fuoco incrociato delle bestemmie delle nostre compagne rimaste sedute al tavolo. ci guardano disgustate da sotto la frangia biondo-cenere, o almeno così si intuisce: dietrofront, noi non supplichiamo mai, se la tengano e se la lustrino fino a brillare.

Limo e Charlie sono dispersi fra i cubetti di porfido di Piazza MaggiorStiCazzi, come la chiamiamo in gergo goliardico. decidiamo di muoverci e andare a recuperare l'ultimo pezzo della compagnia. girando per le strade passiamo in rassegna tutta la fauna notturna della nostra città che scorre come fotogrammi di un film su pellicola 16mm, uno dopo l'altro, in continuazione. teenager justinbieriani, dodicenni in crisi adolescenziale senza ormoni in corpo, colombiani ubriachi, PisciaInpiedi, storici con scarso senso dell'umorismo, gang di 50centisti, Folkabbestia, Punkabbestia, anoressiche alla Kate Moss, finocchi coltivati con fertilizzante superturbominchiapower, animali che vestono altri animali, coppie stanche della loro relazione, rastafarianesti pallidi come la morte scoloriti dal troppo sole preso sulle spiagge di Ibiza e un drogato. che sfigato! bucarsi non va più di moda, ma lui è fedele alla sua roba e alla sua siringa.

Piazza MaggiorStiCazzi è proprio dietro Vicolo XXX, quello con i portici semi illuminati che si vede a fatica, dove le coppiette si imbucano per un quarto d'ora di privacy rubato alla serata. Ci siamo quasi, lo sappiamo perché incorniciati dall'ombra di una volta ci sono le figure di Charlie e Limone, la strana coppia, che attendono con fare da teppisti appoggiati al muro di una chiesa. Ora siamo al completo. Le nostre urla arrivano fino agli ultimi piani dei palazzi storici abitati da vecchi pulciosi che ci insegnano l'educazione a secchiate d'acqua gelida, o almeno così vorrebbero. Disturbiamo non per maleducazione ma perchè da una certa ora in poi è difficile contenere quello che ti butti dentro per tutto il giorno fra un Vaffanculo e un PrendiInCulo e lo esterniamo come meglio si può a risate, alcool e fumo. BarbieScarpe se ne esce con un "Finchè c'è birra e sigarette va tutto bene". Cinque alto d'approvazione: schiacciato! continuiamo fino a che a Pascal non vien voglia di stuzzicare un paio di ragazze che vengono incontro camminando abbracciate. Il filosofo della luna piena sa come muoversi, lo ha sempre saputo e subito sbatte in faccia alle due finte lesbogirl avvinghiate la sua verità sulla vita. dopo due battute ha già un contatto Facebook, Twitter, cellulare, mail, indirizzo, codice fiscale, gruppo sanguigno, anamnesi fino alla bisnonna belga e giorni in cui il fidanzatino è fuori con gli amici. non lo fa con interesse, ma credo per un puro divertimento nell'instaurare una relazione con la nostra Umanità perduta.
"Come cazzo fai?" chiede l'Avvoltoio incuriosito.
"Già come cazzo ci riesci?" ribadisco allibito.
"E' facile, basta dive qualcosa e poi giocavsi qualche cavta. Cazzo impvovvisa no? Le ho invitate ad una manifestazione!" risponde con la sua erre moscia.
se è facile, è facile.. lo ha detto il filosofo delle notti d'autunno! Io e l'Avvoltoio decidiamo che è tempo di provare le mosse del maestro. puntiamo due, sicuramente amiche, sedute a chiacchierare. è il momento, improvvisiamo. andiamo avanti per un po': ridono divertite, allegre. hanno entrambe un bel sorriso. salutiamo e torniamo nella mischia di risate e birre in lattina di qualità scadente.
"Allora? Com'è andata?" chiede BarbieScarpe.
"Hanno detto che vengono alla manifestazione, ma solo se è contro di noi"

Risate. Qualcuno si sveglia e bestemmia. Qualcuno ride con noi, ma non ci importa. questa è la nostra città, il nostro territorio, la nostra strada. siamo i padroni di questo mondo fatto di carne araba arrostita sugli spiedi e di bottiglie di vino bevute seduti su una fontana a tarda notte. BarbieScaricatriceDiPorto dice che è tempo di abbandonare le buone maniere e darci dentro, ricordando che stiamo interropendo la sacra liturgia della signora Notte. Le Chiare annuiscono ballonzolando e distraendoci per qualche secondo. BarbieScarpe ed io ci facciamo accompagnare dal fumo di un paio di Philip BluNotte estratte da un caricatore da dieci appena aperto. Il Guercio rizza il pelo e si lancia all'attacco di una bionda. Forse l'avevo giudicato male, dopotutto. e mentre penso questo Pascal, l'Avvoltoio, Charlie e Limone si aprono una birra, ancora, e scherzano fra di loro divertiti, ancora. posso solo dire che tutto questo era successo e molto altro ancora doveva succedere in questa pazza notte che a noi, sinceramente, tanto strana non sembrava.

to be continued..


Dedicato a V., A., S., L., C., M., M. e Nebbia

21 gennaio 2011

dream || ɯɐǝɹp

non saprei dire in che luogo, nè in che tempo nè chi con esattezza, ma un giorno qualcuno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha cominciato a raccontare storie; e queste storie erano di una bellezza spaventosa, così meravigliose che facevano dimenticare ad ognuno la propria misera esistenza. si narrava di amanti che condividevano lo stesso cielo e la stessa terra e di eroi il cui cuore traboccava coraggio e zampillava sangue color rovere quand'essi cadevano in battaglia. gli esploratori viaggiavano su navi cariche di frutti esotici, accompagnati da marinai con la pelle d'ebano e i capelli seccati dall'aria marina intrisa di salsedine. le lunghe sciabole riposavano appese alla cinta pronte ad esser sguainate per combattere filibustieri, indigeni e pirati dai denti marci. gli studiosi nelle biblioteche, invece, portavano con loro pile di libri ingialliti scritti con mille calligrafie differenti e avevano sempre qualcosa da fare, come le mamme che accudiscono pazientemente i loro figli. era tutto un sogno che sbocciava e moriva in una sera calmando le preoccupazioni di tutti. qualcuno, un giorno, ha deciso che vivere non era più abbastanza.

è cominciato tutto per gioco, cercando di rinvenire le reminescenze assopite dei sogni notturni sepolte da qualche parte nella corteccia cerebrale. immagini frammentarie e lontane come fotografie fuori fuoco accatastate in un mosaico d'incertezza venivano ripescate nella lucidità del giorno e battezzate nella fontana della consolazione. mettendole in sequenza si componeva una strana storia zeppa di lacune che venivano colmate in modo quasi imbarazzante. rammendare quel tessuto sfilacciato e logoro era un'impresa quasi impossibile perchè chi tentava non aveva parole adatte all'occasione. così si dovevano creare neologismi ed espressioni che arricchivano una lingua povera specchio dell'indigenza della città in cui vivevano tutti. solo alcuni riuscivano a giocare con la lingua del posto e mentre la massa balbettava insicura loro ammaliavano con nuove combinazioni di lettere e accenti. si coprivano i volti con maschere bianche decorate con sottili fili di acrilico nero e portavano lunghi abiti rossi nascondendosi sotto cappucci enormi e scuri. alla sera quando la giornata morta nel tramonto pulsava forte in testa, tutti si sedevano in cerchio rilassando le mani e incrociando le ginocchia e con voce ferma i druidi di questa babele dimenticata cominciavano a parlare avvolgendo le orecchie della platea silenziosa, mentre la fame di esistenza veniva a poco a poco saziata immaginando le colline fiorite ai margini della pianura e le paludi ronzanti di insetti. in antiche torri di pietra lavica cortigiane maliziose intrattenevano nobili che desideravano languidi il loro seno a balconcino e la vita sottile stretta nei corsetti sempre sul punto di esplodere. era un alternarsi di magia che accompagnava fino al sonno quieto i neonati in fasce fra le braccia di giovani donne.

alcuni il mattino dopo non si svegliavano nemmeno, incapaci di affrontare quell'incubo che era diventata al loro routine quotidiana fatta di lavoro, di rabbia, di fatica, di lotta, di incongruenze e di nausea. alcuni scrivevano stralci del racconto della sera prima sui palmi delle mani con inchiostro nero e li rileggevano di nascosto prima che il sudore li trasformasse in scarabocchi senza senso. i bambini all'asilo si coloravano le facce con i pastelli per assomigliare ai loro eroi notturni lasciando i giochi nelle scatole di cartone mentre le maestre si rimiravano negli specchi dei bagni ravvivandosi i capelli e assumendo pose da dive gonfiando i grembiuli e piegandoli malamente a forma di vestiti da palcoscenico. gli uomini al lavoro nei campi spronavano i muli a imbizzarrirsi come cavalli dal crine strigliato con spazzole di rame e maneggiavano le forche e le zappe quasi dovessero scendere in guerra il quel preciso momento e la terra incolta veniva fagocitata dalle erbe selvatiche e dai rovi spinosi. ognuno cercava un modo per fuggire e creare una propria dimensione, surrogato di felicità ingoiato in pillole preserali i cui effetti collaterali violentavano il giorno da vivere a occhi aperti e lucidi. pian piano andavano spegnendosi, ogni anima bruciava sempre meno mentre la testa esplodeva trincerandosi dietro l'idillio di un re normanno; e presto giunse il tempo dell'ultima storia e dell'ultimo respiro prima del rassicurante sonno eterno.

qualcuno un giorno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha ingannato il tempo e lo spazio con racconti che vivono d'infinito e tutti si sono abbandonati alle più tenere visioni percorsi da brividi e da spasmi mentre compiacevano il proprio ego di porcellana decorandolo con la voluttà della loro esistenza. ormai lo spavento dell'ignoto era dilagato come una malattia infettiva e nessuno voleva tornare a quell'incertezza costruita giorno dopo giorno nelle case e negli appartamenti, negli uffici e nelle scuole. sorrisi felici su volti sereni si spegnevano in fiabe cavalleresche che tutti avevano scelto. avevano fatto a cambio come bambini che giocano a completare un album di figurine perchè, assorti e ingenui, avevano scordato che in realtà anche il nostro mondo nasce e muore di continuo, silenzioso, come "un sogno dentro un sogno".

6 dicembre 2010

Glancin' Summer

gli occhi stanchi sono ancora socchiusi per il poco riposo. le gambe pesanti. la spalla dolorante. questa mattina il risveglio è dei peggiori e la sveglia continua a suonare crudele dall'altro lato del letto. cammino piano fra le stanze ancora avvolte dal buio della mattina. accendo qua e là lampade elettriche che infiammano la loro resistenza, accendo il microonde e scaldo dell'acqua per un thé, sperando che mi aiuti a riprendere vita. dalla credenza prendo una bustina per infusi, pensando che fa abbastanza freddo per convincermi a vestirmi con qualcosa di più pesante della mia maglietta.

mi sono sempre piaciuti i calzini colorati, quelli a strisce, di cotone, che sembrano avvolgere i piedi con un arcobaleno. ricordano le giornate estive passate distesi su prati d'infinita tessitura verde che in autunno si riempiono di cilindrici mausolei di fieno giallo spento. sembrano tanti piccoli sepolcri che i contadini hanno deciso d'abbandonare per commemorare la natura che via via va spegnendosi in tinte calde come le braci di un focolare. e le braci ricordano i cibi cotti in un involucro di alluminio, semplici come la vita d'un tempo vissuta in case segnate dalle venature del legno e dal profumo di resina. e il legno ricorda alberi sinceri come il canto delle cicale le sere d'agosto, abbattuti da boscaioli rudi con asce e seghe dai denti spuntati.

quelle calze variopinte proteggono dal freddo invernale e scaldano la pelle nuda anche solo guardandole, mentre fuori dalla finestra pioggia bianca continua a scendere e i camini mischiano il loro fumo denso con la nebbia grigia che nasconde tutto quello che circonda con i suoi tentacoli informi. mi alzo dal letto in cui mi ero rituffato e giro l'angolo. le tazze enormi riposano a testa in giù su una pezza di tessuto, in cucina, dopo la colazione. alcune hanno qualche sbeccatura. una invece mette in mostra spigoli vivi di ceramica al posto del manico, esibendo la sua unicità in un mondo di tazze fatte tutte nello stesso modo.

sulla scrivania qualche libro aperto che svogliato racconta delle formule matematiche di dubbio gusto, e in un angolo nascosto dall'ombra della lampada da studio, un disegno a matita che ritrae un viso d'angelo, distratto a guardare nel vuoto e a nuotare in pensieri così lontani che se parlassero s'udirebbero appena. i tratti neri e grigi si intrecciano dando vita a una trama di grafite così fitta che a stento si riescono a distinguere i segni. le matite s'incrociano in rigidi origami astratti e lì vicino, quasi come intrusa, una penna blu senza il suo cappuccio.

cercavo qualcosa questa mattina, nel mio agitato pellegrinaggio domestico. cercavo di comprendere l'intero universo dal fondo della scatola da scarpe in cui siamo stati rinchiusi. cercavo una parola per definire un qualche concetto che nemmeno ricordo. pensavo a un susseguirsi di suoni che riempisse la bocca per distrarla dal silenzio del luogo in cui mi trovavo. cercavo il senso delle cose nel fiocco di neve che sboccia da una goccia d'acqua nata dal fondo del mare. forse cercavo un senso e basta, senza troppi fronzoli o abbellimenti vari. mettere una bella cornice ad un'opera d'arte non fa che svilire il lavoro dell'artista, perchè ogni cosa deve presentarsi sincera ed onesta se vuole mantenere la sua integrità. cercavo tutto questo, e nulla più.

è tardi. prendo una quaderno che sa d'impressionismo e lo nascondo nello zaino mentre esco di corsa ascoltando una canzone di cui non ricordo il titolo, e perdendomi nelle sue note confuse mi torna in mente che questa mattina, ricadendo nella realtà, cercavo un sogno dentro un sogno, per cullare la giornata che si affacciava impertinente da dietro una montagna.

17 agosto 2010

Sea

la luna macchiata di caffè ancheggia nel cielo pieno di lucciole distanti anni luce. è tardi, l'orologio degli umani scandisce le ore svogliato, non dorme mai e sbadiglia ad ogni rintocco sordo, mentre quello degli dei riposa senza lancetta alcuna. è ovale, color ciano, con una grande pancia scoperta. il silenzio serpeggia per le strade deserte, benedicendo le case con le tapparelle abbassate. lontano, da qualche parte, un treno viaggia guidato da un conducente distratto che sta leggendo un libro di poesie d'amore scritto in francese, sottovoce.

in piedi vestito di un pigiama sgraziato cerco qualche pagina di conforto, invecchiata sulle mensole di rovere. cerco lettere scritte dai soldati al fronte alle loro famiglie, vaneggiamenti urbani di pederasta con il pallino della storia della loro nazione, sonetti di nobiluomini inglesi composti in epoca vittoriana. quando finalmente decido di sedermici, la poltrona sprofonda, soffiando stanca. il salotto profuma di buono, come se dei semi di cacao si fossero uniti in matrimonio con baccelli di vaniglia per deliziare il mio olfatto.

se nel partire avessi salutato i tuoi occhi color abete persi nel vuoto dell'addio con una canzone, da un vagone in movimento sulle rotaie della tua vita, mi ricorderesti ancora con rabbia? e se fossi stato indulgente con le attenzioni assillanti, così forti da rompere il muso duro che stampavo sul mio viso, mi rivorresti indietro, Monnalisa?

il mio ritorno è solo per te: stavo bene dove ero e non avevo bisogno di nessuno. nessuno, nessuno, nessuno. ero un negro che ballava e cantava suonando tamburi di pelle d'animale alla luna coraggiosa del mio continente, della mia isola - solo mia! - in cui nessuno poteva avventurarsi se non con il timore di lasciarsi ogni cosa alle spalle. io sono sempre stato un nibbio orgoglioso e volavo rasoterra spaventando tutti. perchè, mi chiedi? perchè mi andava, tesoro! perchè volevo beccare la gola dei topi randagi che si mettevano sulla mia strada pensando di poter scappare cercando rifugio nelle loro tane buie, sotterranee. e io, ben lo sai, non cercavo cunicoli in cui infilarmi.

e tu, Mononoke, mi terresti nella tasca dei tuoi pantaloni, quella cucita da tua nonna prima di morire e rinascere come daino, se potessi? mi terresti stretto a te, nascosto da tutto il caos della tua metropoli, costruita dagli uomini per distrarsi a vicenda? mi terresti al sicuro del tuo affetto disinteressato, che doni anche al primo idiota che ti sorride e ti dedica una canzone? lo merito, sai?

posso farlo anch'io e sarebbe la più bella canzone che tu abbia mai ascoltato; perchè la mia non parlerebbe d'amore ma di me e te, semplicemente. non sarebbe messa in musica ma suonerebbe per sempre nella tua testa, ogni qualvolta penseresti al nostro primo appuntamento - sotto le stelle di Novembre - e se qualcuno tentasse di rubartela tu potresti dire che non è mai esistita, perchè tutto il mondo messo assieme in silenzio comunque non potrebbe sentirla.

posso fare mille e mille cose per te, Principessa, ma tu continueresti a regalare sorrisi al primo uomo che porge una rosa sbiadita, che ti compra con un po' d'attenzione nel meriggio stanco della tua giornata. e allora se ci fossimo incontrati in un altro tempo, allevato da madre serenità, ci saremmo amati con la stessa passione? se ci fossimo incontrati in un giorno di pioggia, riparati da grandi ombrelli tondeggianti, ci saremmo fermati a parlarci con voce rotta dall'emozione? se anch'io avessi giocato con te avrei ottenuto un tuo bacio? non l'avrei voluto, sai, ad ogni modo.

perchè? - ti chiederai...

perchè non posso smettere di cercare un amore vero che non so trovare. non perchè non esista per me, ma perchè sono troppo distratto e svogliato per impegnarmi a coltivarlo e preferisco gioire della mia risata dolce che allieta i pomeriggi, piuttosto che lavorare come uno schiavo devoto alla monotonia di una storia di due persone un tempo amanti sinceri. perchè ho bisogno di un mare in cui perdermi prima di trovare qualche risposta. perchè ho bisogno del mio sole e della mia ombra, del mio pasto frugale e del mio libro muffito sulle ginocchia. perchè come un neonato piango ogni volta che vengo al mondo e devo soddisfare il mio desiderio edonistico di corteggiare ogni donna dalle labbra colorate di rosso.

perchè come te, Nausicaa, non posso esser di nessuno, se non di me stesso..