22 dicembre 2011

Wagon Wheel


se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? - che aspettavano solo di potersi posare sulle ninfee color panna. ne ho staccato un petalo e l'ho abbandonato alla corrente. non ricordo cosa è successo dopo perchè ho smesso di guardare distratto dai cerchi nell'acqua. quelli erano perfetti.. quelli facevano paura. ho ancora le mani pasticciate tanto che ho provato a lavarle con tutto il sapone che sono riuscito a trovare ma sono ancora sporche e allora le ho sfregate e sfregate nella cenere del camino ma si sono sgretolate fino all'osso del polso ed ora non posso più far nulla. ho raccolto quel mucchio di resti e l'ho seppellito sotto ad un tumulo di terra bruciata. devo avere un nonno-lucertola perchè il giorno dopo sono ricresciute fino alla punta delle dita, identiche a prima ed io non ci ho capito un accidenti di niente. allora mi sono disteso al sole sulla roccia più lontana dalla mia casa e dal fumo del comignolo di montagna per onorare il mio avo e il mio corpo si è ricoperto di pelle scura, scura come la notte che stava arrivando. gli occhi sobbalzavano impazziti ed erano l'unica cosa che si poteva vedere e che brillava assieme al mio sorriso. ho dovuto cominciare a strofinarmi sulla corteccia dei pini albini perchè sentivo l'intero corpo prudere e così avanti fino a mattina quando l'intera foresta si è annerita ed i pini albini erano ormai solo un lontano ricordo. il mio corpo era tornato bianco latte orrendo mostruoso coperto di corteccia. sono tornato nel cassetto dell'infanzia e ho rubato una scatola di pastelli ed ho iniziato prima giallo poi rosso poi blu li ho mischiati creando un cocktail di colori e mi sono ubriacato e per tutto il pomeriggio così avanti. ho creato così tanti colori che alcuni erano perfino inimmaginabili, non si credeva esistessero e li ho mescolati per nascondere quel pallore che ricopriva il mio corpo dalla testa ai piedi. ero un uomo-arcobaleno-rettile-corteccia, un misto di ogni forza di quella che hanno chiamato natura. eppure mal sopportavo ogni cosa pur essendone parte. ero una parte di tutto e nulla di intero, nulla di niente. se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? e così avanti.

22 giugno 2011

Soul & Body


"torno subito"

non il prima possibile.
non più tardi del giusto momento.

good bye..

3 marzo 2011

The Never Ending Story - part I

Saranno almeno quaranta i gradi che segna il termometro appeso alla ventola dell'aria condizionata come un'ironica decorazione dentro alla Bolgia, bar noto fra i bassifondi del quarto girone infernale di questa disgraziata periferia. il barista sputa in terra abbellendo il linoleum marcito sotto i suoi piedi mentre versa un altro giro per tutta la Gang, o almeno quelli che non si sono persi per strada a raccattare cicche da qualche sconosciuto. sono tutti seduti attorno ad una tavola rotonda intagliata da teppisti quindicenni frequentatori occasionali nelle ore di marina. le uniche scritte a penna sono firme contraffatte di genitori.

la sbobba alcolica arriva a destinazione e scompare negli stomaci dopo un brindisi veloce. in un sorso l'Avvoltoio butta giù il liquore seguito da smorfie varie e sbatte il bicchiere sul tavolo. tenendo fede al suo soprannome, perde un attimo la concentrazione seguendo il tanga disegnato sul culo di una maggiorata che sta uscendo buttando il posteriore a destra e a sinistra. vicino BarbieScarpe disapprova rimettendolo a posto da sotto il tavolo con il suo tacco dodici, scuotendo i capelli ramati. La morale qui non è un'opinione, almeno nei giorni dispari. di fronte Pascal segue divertito, ghignando. Lui è il filosofo della vita di mezzo e ce lo dimostra ordinado altre pinte, questa volta senza erre moscia. dal fondo sbucano le Chiare, un' unica entità femminile che deve il suo soprannome a due prorompenti seni. ogni sua apparizione carica l'aria di ormoni maschili e colli torti a 180 gradi. sulla sua spalla destra penzola la coda del Guercio, un felino domestico che si è giocato già troppe delle sue sette vite e mi addocchia da dietro la cicatrice: non corre buon sangue fra di noi. Charlie è in ritardo, sta aspettando Limone. ancora oggi ignoro il perchè dei loro soprannomi, credo fossero già scritti nei loro geni ancor prima della notte dei tempi in cui tutto è stato creato quindi non mi rimane che indovinare: mi immagino Charlie a letto con tre DonneAngelo piene di ali piumate posticce e Limoz l'esperto del limone duro, quello con la lingua di ferro. Ad ogni modo da capotavola parte una bestemmia frecciarossa espressa con cinque minuti di ritardo accumulati fra Vaffanculo e Stronzi. è l'indistinguibile dolcezza di BarbieScaricatriceDiPorto, donna passionale dal linguaggio cristianamente scorretto. i due compari non hanno scuse, dovevano essere già qui a trangugiare fuoco e risate.

la porta d'ingresso sbatte, dovranno esser loro per forza e invece entrano una bionda e una ancor più bionda che chiameremo la Secca e la Sanguisuga. la prima è magra quanto basta per esser classificata fisico da terzo mondo e la seconda la segue a traino in uno strano rapporto di simbiosi. Avranno sì e no diciotto anni, a farla lunga, decorate come vere prostitute d'altoborgo con drappi leopardati e capelli color platino. gli occhi pestati di trucco e le labbra tinte di rossetto in risalto sulla carnagione impallidita da un fard biancastro: una generazione rovinata dal ladygagaismo imperante sulle emittenti e i giornaletti scandalistici da quattro soldi che insegnano ai teenager modelli di cui non hanno bisogno, ma al tavolo dei grandi pensatori alcolici impazzano i commenti. BarbieScarpe ride con le Chiare, BarbieScaricatriceDiPorto complotta con il Guercio torture medioevali di indicibile crudeltà, io e Pascal decidiamo come dividercele. La Secca va dritta al banco e chiede un Virgin GinTonic, probabilmente per compensare con tutti gli uomini che ha avuto. La Sanguisuga la segue a ruota, tenendo fede al suo improvvisato soprannome. io Pascal e l'Avvoltoio ci alziamo all'unisono e approcciamo le due ladygagaiste pop-punk-skunk decadute mentre subiamo il fuoco incrociato delle bestemmie delle nostre compagne rimaste sedute al tavolo. ci guardano disgustate da sotto la frangia biondo-cenere, o almeno così si intuisce: dietrofront, noi non supplichiamo mai, se la tengano e se la lustrino fino a brillare.

Limo e Charlie sono dispersi fra i cubetti di porfido di Piazza MaggiorStiCazzi, come la chiamiamo in gergo goliardico. decidiamo di muoverci e andare a recuperare l'ultimo pezzo della compagnia. girando per le strade passiamo in rassegna tutta la fauna notturna della nostra città che scorre come fotogrammi di un film su pellicola 16mm, uno dopo l'altro, in continuazione. teenager justinbieriani, dodicenni in crisi adolescenziale senza ormoni in corpo, colombiani ubriachi, PisciaInpiedi, storici con scarso senso dell'umorismo, gang di 50centisti, Folkabbestia, Punkabbestia, anoressiche alla Kate Moss, finocchi coltivati con fertilizzante superturbominchiapower, animali che vestono altri animali, coppie stanche della loro relazione, rastafarianesti pallidi come la morte scoloriti dal troppo sole preso sulle spiagge di Ibiza e un drogato. che sfigato! bucarsi non va più di moda, ma lui è fedele alla sua roba e alla sua siringa.

Piazza MaggiorStiCazzi è proprio dietro Vicolo XXX, quello con i portici semi illuminati che si vede a fatica, dove le coppiette si imbucano per un quarto d'ora di privacy rubato alla serata. Ci siamo quasi, lo sappiamo perché incorniciati dall'ombra di una volta ci sono le figure di Charlie e Limone, la strana coppia, che attendono con fare da teppisti appoggiati al muro di una chiesa. Ora siamo al completo. Le nostre urla arrivano fino agli ultimi piani dei palazzi storici abitati da vecchi pulciosi che ci insegnano l'educazione a secchiate d'acqua gelida, o almeno così vorrebbero. Disturbiamo non per maleducazione ma perchè da una certa ora in poi è difficile contenere quello che ti butti dentro per tutto il giorno fra un Vaffanculo e un PrendiInCulo e lo esterniamo come meglio si può a risate, alcool e fumo. BarbieScarpe se ne esce con un "Finchè c'è birra e sigarette va tutto bene". Cinque alto d'approvazione: schiacciato! continuiamo fino a che a Pascal non vien voglia di stuzzicare un paio di ragazze che vengono incontro camminando abbracciate. Il filosofo della luna piena sa come muoversi, lo ha sempre saputo e subito sbatte in faccia alle due finte lesbogirl avvinghiate la sua verità sulla vita. dopo due battute ha già un contatto Facebook, Twitter, cellulare, mail, indirizzo, codice fiscale, gruppo sanguigno, anamnesi fino alla bisnonna belga e giorni in cui il fidanzatino è fuori con gli amici. non lo fa con interesse, ma credo per un puro divertimento nell'instaurare una relazione con la nostra Umanità perduta.
"Come cazzo fai?" chiede l'Avvoltoio incuriosito.
"Già come cazzo ci riesci?" ribadisco allibito.
"E' facile, basta dive qualcosa e poi giocavsi qualche cavta. Cazzo impvovvisa no? Le ho invitate ad una manifestazione!" risponde con la sua erre moscia.
se è facile, è facile.. lo ha detto il filosofo delle notti d'autunno! Io e l'Avvoltoio decidiamo che è tempo di provare le mosse del maestro. puntiamo due, sicuramente amiche, sedute a chiacchierare. è il momento, improvvisiamo. andiamo avanti per un po': ridono divertite, allegre. hanno entrambe un bel sorriso. salutiamo e torniamo nella mischia di risate e birre in lattina di qualità scadente.
"Allora? Com'è andata?" chiede BarbieScarpe.
"Hanno detto che vengono alla manifestazione, ma solo se è contro di noi"

Risate. Qualcuno si sveglia e bestemmia. Qualcuno ride con noi, ma non ci importa. questa è la nostra città, il nostro territorio, la nostra strada. siamo i padroni di questo mondo fatto di carne araba arrostita sugli spiedi e di bottiglie di vino bevute seduti su una fontana a tarda notte. BarbieScaricatriceDiPorto dice che è tempo di abbandonare le buone maniere e darci dentro, ricordando che stiamo interropendo la sacra liturgia della signora Notte. Le Chiare annuiscono ballonzolando e distraendoci per qualche secondo. BarbieScarpe ed io ci facciamo accompagnare dal fumo di un paio di Philip BluNotte estratte da un caricatore da dieci appena aperto. Il Guercio rizza il pelo e si lancia all'attacco di una bionda. Forse l'avevo giudicato male, dopotutto. e mentre penso questo Pascal, l'Avvoltoio, Charlie e Limone si aprono una birra, ancora, e scherzano fra di loro divertiti, ancora. posso solo dire che tutto questo era successo e molto altro ancora doveva succedere in questa pazza notte che a noi, sinceramente, tanto strana non sembrava.

to be continued..


Dedicato a V., A., S., L., C., M., M. e Nebbia

21 gennaio 2011

dream || ɯɐǝɹp

non saprei dire in che luogo, nè in che tempo nè chi con esattezza, ma un giorno qualcuno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha cominciato a raccontare storie; e queste storie erano di una bellezza spaventosa, così meravigliose che facevano dimenticare ad ognuno la propria misera esistenza. si narrava di amanti che condividevano lo stesso cielo e la stessa terra e di eroi il cui cuore traboccava coraggio e zampillava sangue color rovere quand'essi cadevano in battaglia. gli esploratori viaggiavano su navi cariche di frutti esotici, accompagnati da marinai con la pelle d'ebano e i capelli seccati dall'aria marina intrisa di salsedine. le lunghe sciabole riposavano appese alla cinta pronte ad esser sguainate per combattere filibustieri, indigeni e pirati dai denti marci. gli studiosi nelle biblioteche, invece, portavano con loro pile di libri ingialliti scritti con mille calligrafie differenti e avevano sempre qualcosa da fare, come le mamme che accudiscono pazientemente i loro figli. era tutto un sogno che sbocciava e moriva in una sera calmando le preoccupazioni di tutti. qualcuno, un giorno, ha deciso che vivere non era più abbastanza.

è cominciato tutto per gioco, cercando di rinvenire le reminescenze assopite dei sogni notturni sepolte da qualche parte nella corteccia cerebrale. immagini frammentarie e lontane come fotografie fuori fuoco accatastate in un mosaico d'incertezza venivano ripescate nella lucidità del giorno e battezzate nella fontana della consolazione. mettendole in sequenza si componeva una strana storia zeppa di lacune che venivano colmate in modo quasi imbarazzante. rammendare quel tessuto sfilacciato e logoro era un'impresa quasi impossibile perchè chi tentava non aveva parole adatte all'occasione. così si dovevano creare neologismi ed espressioni che arricchivano una lingua povera specchio dell'indigenza della città in cui vivevano tutti. solo alcuni riuscivano a giocare con la lingua del posto e mentre la massa balbettava insicura loro ammaliavano con nuove combinazioni di lettere e accenti. si coprivano i volti con maschere bianche decorate con sottili fili di acrilico nero e portavano lunghi abiti rossi nascondendosi sotto cappucci enormi e scuri. alla sera quando la giornata morta nel tramonto pulsava forte in testa, tutti si sedevano in cerchio rilassando le mani e incrociando le ginocchia e con voce ferma i druidi di questa babele dimenticata cominciavano a parlare avvolgendo le orecchie della platea silenziosa, mentre la fame di esistenza veniva a poco a poco saziata immaginando le colline fiorite ai margini della pianura e le paludi ronzanti di insetti. in antiche torri di pietra lavica cortigiane maliziose intrattenevano nobili che desideravano languidi il loro seno a balconcino e la vita sottile stretta nei corsetti sempre sul punto di esplodere. era un alternarsi di magia che accompagnava fino al sonno quieto i neonati in fasce fra le braccia di giovani donne.

alcuni il mattino dopo non si svegliavano nemmeno, incapaci di affrontare quell'incubo che era diventata al loro routine quotidiana fatta di lavoro, di rabbia, di fatica, di lotta, di incongruenze e di nausea. alcuni scrivevano stralci del racconto della sera prima sui palmi delle mani con inchiostro nero e li rileggevano di nascosto prima che il sudore li trasformasse in scarabocchi senza senso. i bambini all'asilo si coloravano le facce con i pastelli per assomigliare ai loro eroi notturni lasciando i giochi nelle scatole di cartone mentre le maestre si rimiravano negli specchi dei bagni ravvivandosi i capelli e assumendo pose da dive gonfiando i grembiuli e piegandoli malamente a forma di vestiti da palcoscenico. gli uomini al lavoro nei campi spronavano i muli a imbizzarrirsi come cavalli dal crine strigliato con spazzole di rame e maneggiavano le forche e le zappe quasi dovessero scendere in guerra il quel preciso momento e la terra incolta veniva fagocitata dalle erbe selvatiche e dai rovi spinosi. ognuno cercava un modo per fuggire e creare una propria dimensione, surrogato di felicità ingoiato in pillole preserali i cui effetti collaterali violentavano il giorno da vivere a occhi aperti e lucidi. pian piano andavano spegnendosi, ogni anima bruciava sempre meno mentre la testa esplodeva trincerandosi dietro l'idillio di un re normanno; e presto giunse il tempo dell'ultima storia e dell'ultimo respiro prima del rassicurante sonno eterno.

qualcuno un giorno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha ingannato il tempo e lo spazio con racconti che vivono d'infinito e tutti si sono abbandonati alle più tenere visioni percorsi da brividi e da spasmi mentre compiacevano il proprio ego di porcellana decorandolo con la voluttà della loro esistenza. ormai lo spavento dell'ignoto era dilagato come una malattia infettiva e nessuno voleva tornare a quell'incertezza costruita giorno dopo giorno nelle case e negli appartamenti, negli uffici e nelle scuole. sorrisi felici su volti sereni si spegnevano in fiabe cavalleresche che tutti avevano scelto. avevano fatto a cambio come bambini che giocano a completare un album di figurine perchè, assorti e ingenui, avevano scordato che in realtà anche il nostro mondo nasce e muore di continuo, silenzioso, come "un sogno dentro un sogno".

6 dicembre 2010

Glancin' Summer

gli occhi stanchi sono ancora socchiusi per il poco riposo. le gambe pesanti. la spalla dolorante. questa mattina il risveglio è dei peggiori e la sveglia continua a suonare crudele dall'altro lato del letto. cammino piano fra le stanze ancora avvolte dal buio della mattina. accendo qua e là lampade elettriche che infiammano la loro resistenza, accendo il microonde e scaldo dell'acqua per un thé, sperando che mi aiuti a riprendere vita. dalla credenza prendo una bustina per infusi, pensando che fa abbastanza freddo per convincermi a vestirmi con qualcosa di più pesante della mia maglietta.

mi sono sempre piaciuti i calzini colorati, quelli a strisce, di cotone, che sembrano avvolgere i piedi con un arcobaleno. ricordano le giornate estive passate distesi su prati d'infinita tessitura verde che in autunno si riempiono di cilindrici mausolei di fieno giallo spento. sembrano tanti piccoli sepolcri che i contadini hanno deciso d'abbandonare per commemorare la natura che via via va spegnendosi in tinte calde come le braci di un focolare. e le braci ricordano i cibi cotti in un involucro di alluminio, semplici come la vita d'un tempo vissuta in case segnate dalle venature del legno e dal profumo di resina. e il legno ricorda alberi sinceri come il canto delle cicale le sere d'agosto, abbattuti da boscaioli rudi con asce e seghe dai denti spuntati.

quelle calze variopinte proteggono dal freddo invernale e scaldano la pelle nuda anche solo guardandole, mentre fuori dalla finestra pioggia bianca continua a scendere e i camini mischiano il loro fumo denso con la nebbia grigia che nasconde tutto quello che circonda con i suoi tentacoli informi. mi alzo dal letto in cui mi ero rituffato e giro l'angolo. le tazze enormi riposano a testa in giù su una pezza di tessuto, in cucina, dopo la colazione. alcune hanno qualche sbeccatura. una invece mette in mostra spigoli vivi di ceramica al posto del manico, esibendo la sua unicità in un mondo di tazze fatte tutte nello stesso modo.

sulla scrivania qualche libro aperto che svogliato racconta delle formule matematiche di dubbio gusto, e in un angolo nascosto dall'ombra della lampada da studio, un disegno a matita che ritrae un viso d'angelo, distratto a guardare nel vuoto e a nuotare in pensieri così lontani che se parlassero s'udirebbero appena. i tratti neri e grigi si intrecciano dando vita a una trama di grafite così fitta che a stento si riescono a distinguere i segni. le matite s'incrociano in rigidi origami astratti e lì vicino, quasi come intrusa, una penna blu senza il suo cappuccio.

cercavo qualcosa questa mattina, nel mio agitato pellegrinaggio domestico. cercavo di comprendere l'intero universo dal fondo della scatola da scarpe in cui siamo stati rinchiusi. cercavo una parola per definire un qualche concetto che nemmeno ricordo. pensavo a un susseguirsi di suoni che riempisse la bocca per distrarla dal silenzio del luogo in cui mi trovavo. cercavo il senso delle cose nel fiocco di neve che sboccia da una goccia d'acqua nata dal fondo del mare. forse cercavo un senso e basta, senza troppi fronzoli o abbellimenti vari. mettere una bella cornice ad un'opera d'arte non fa che svilire il lavoro dell'artista, perchè ogni cosa deve presentarsi sincera ed onesta se vuole mantenere la sua integrità. cercavo tutto questo, e nulla più.

è tardi. prendo una quaderno che sa d'impressionismo e lo nascondo nello zaino mentre esco di corsa ascoltando una canzone di cui non ricordo il titolo, e perdendomi nelle sue note confuse mi torna in mente che questa mattina, ricadendo nella realtà, cercavo un sogno dentro un sogno, per cullare la giornata che si affacciava impertinente da dietro una montagna.

17 agosto 2010

Sea

la luna macchiata di caffè ancheggia nel cielo pieno di lucciole distanti anni luce. è tardi, l'orologio degli umani scandisce le ore svogliato, non dorme mai e sbadiglia ad ogni rintocco sordo, mentre quello degli dei riposa senza lancetta alcuna. è ovale, color ciano, con una grande pancia scoperta. il silenzio serpeggia per le strade deserte, benedicendo le case con le tapparelle abbassate. lontano, da qualche parte, un treno viaggia guidato da un conducente distratto che sta leggendo un libro di poesie d'amore scritto in francese, sottovoce.

in piedi vestito di un pigiama sgraziato cerco qualche pagina di conforto, invecchiata sulle mensole di rovere. cerco lettere scritte dai soldati al fronte alle loro famiglie, vaneggiamenti urbani di pederasta con il pallino della storia della loro nazione, sonetti di nobiluomini inglesi composti in epoca vittoriana. quando finalmente decido di sedermici, la poltrona sprofonda, soffiando stanca. il salotto profuma di buono, come se dei semi di cacao si fossero uniti in matrimonio con baccelli di vaniglia per deliziare il mio olfatto.

se nel partire avessi salutato i tuoi occhi color abete persi nel vuoto dell'addio con una canzone, da un vagone in movimento sulle rotaie della tua vita, mi ricorderesti ancora con rabbia? e se fossi stato indulgente con le attenzioni assillanti, così forti da rompere il muso duro che stampavo sul mio viso, mi rivorresti indietro, Monnalisa?

il mio ritorno è solo per te: stavo bene dove ero e non avevo bisogno di nessuno. nessuno, nessuno, nessuno. ero un negro che ballava e cantava suonando tamburi di pelle d'animale alla luna coraggiosa del mio continente, della mia isola - solo mia! - in cui nessuno poteva avventurarsi se non con il timore di lasciarsi ogni cosa alle spalle. io sono sempre stato un nibbio orgoglioso e volavo rasoterra spaventando tutti. perchè, mi chiedi? perchè mi andava, tesoro! perchè volevo beccare la gola dei topi randagi che si mettevano sulla mia strada pensando di poter scappare cercando rifugio nelle loro tane buie, sotterranee. e io, ben lo sai, non cercavo cunicoli in cui infilarmi.

e tu, Mononoke, mi terresti nella tasca dei tuoi pantaloni, quella cucita da tua nonna prima di morire e rinascere come daino, se potessi? mi terresti stretto a te, nascosto da tutto il caos della tua metropoli, costruita dagli uomini per distrarsi a vicenda? mi terresti al sicuro del tuo affetto disinteressato, che doni anche al primo idiota che ti sorride e ti dedica una canzone? lo merito, sai?

posso farlo anch'io e sarebbe la più bella canzone che tu abbia mai ascoltato; perchè la mia non parlerebbe d'amore ma di me e te, semplicemente. non sarebbe messa in musica ma suonerebbe per sempre nella tua testa, ogni qualvolta penseresti al nostro primo appuntamento - sotto le stelle di Novembre - e se qualcuno tentasse di rubartela tu potresti dire che non è mai esistita, perchè tutto il mondo messo assieme in silenzio comunque non potrebbe sentirla.

posso fare mille e mille cose per te, Principessa, ma tu continueresti a regalare sorrisi al primo uomo che porge una rosa sbiadita, che ti compra con un po' d'attenzione nel meriggio stanco della tua giornata. e allora se ci fossimo incontrati in un altro tempo, allevato da madre serenità, ci saremmo amati con la stessa passione? se ci fossimo incontrati in un giorno di pioggia, riparati da grandi ombrelli tondeggianti, ci saremmo fermati a parlarci con voce rotta dall'emozione? se anch'io avessi giocato con te avrei ottenuto un tuo bacio? non l'avrei voluto, sai, ad ogni modo.

perchè? - ti chiederai...

perchè non posso smettere di cercare un amore vero che non so trovare. non perchè non esista per me, ma perchè sono troppo distratto e svogliato per impegnarmi a coltivarlo e preferisco gioire della mia risata dolce che allieta i pomeriggi, piuttosto che lavorare come uno schiavo devoto alla monotonia di una storia di due persone un tempo amanti sinceri. perchè ho bisogno di un mare in cui perdermi prima di trovare qualche risposta. perchè ho bisogno del mio sole e della mia ombra, del mio pasto frugale e del mio libro muffito sulle ginocchia. perchè come un neonato piango ogni volta che vengo al mondo e devo soddisfare il mio desiderio edonistico di corteggiare ogni donna dalle labbra colorate di rosso.

perchè come te, Nausicaa, non posso esser di nessuno, se non di me stesso..

12 agosto 2010

Dream

le labbra sottili si muovono ondeggiando sul viso pallido, che contrasta con l'abbronzatura appena accennata del corpo stanco. la voce trema imbarazzata e i secondi prendono le sembianze di una grigia era geologica. lo stregone ha pronunciato il suo verdetto dalle colline gialle come il grano e rosse come campi di papaveri sterminati. la pelle si rizza facendo sembrare lo spaventapasseri di paglia un gatto impaurito. gli uccelli si levano in volo maestosi spiegando le ali lunghe metri e metri e oscurando il cielo rabbioso. piove cenere girgia e il vento scoperchia le teste mostrando cervelli rosei irrorati di sangue d'animale.

qualcuno è chino a vomitare fra imprecazioni e gridi d'odio che raggiungono lo stregone alla velocità del supersuono. le spade e gli scudi vengono battuti come piatti sulle armature e sugli elmi che si infiammano bruciando le pupille incredule dei più deboli. il fuoco dell'ambizione crepita mentre le bestie assonnate sudano e bisbigliano preghiere sottovoce. le braccia dello stregone piene di campane e campanelli e campanacci si muovono frenetiche facendo cadere a terra un milione - no! - un miliardo di tintinnii. rotolano e ruzzolano giù dalla colline blu come il cobalto più puro delle miniere del nord. i bambini si rifugiano sotto le giostre arrugginite del parco sporcandosi le mani e le ginocchia di fango.

i guerrieri della notte non possono più aspettare e escono al crepuscolo, compatti; come legione di missionari animati dalla fede cantano inni alla gioventù passata a distruggere fegati e polmoni e pancreas e reni. cantano malinconici come gli innamorati prima di lasciarsi e baciano le loro mogli e le amanti come se dovessero morire oggi. ma lo stregone ha parlato: nessuno ha la spada di damocle appesa sopra le cervella. le vecchie, i cui occhi vedono ormai chiazze di colori ingialliti dal tempo e dal dolore, cuciono vestiti da sposa per le loro figlie. sono belli come i diamanti tagliati dai mastri olandesi, ornati di pizzi e merletti, alcuni con sbuffi che si appoggiano annoiati uno sopra l'altro. il filo passa fra i tessuti come se avesse memoria del percorso da seguire, si incrocia e si nasconde, alle volte veloce e silenzioso come il felino sulle tracce della preda, altre maldestro come un obeso in una cristalleria di gnomi irlandesi.

il corno richiama i pretendenti sul campo di battaglia. lo spaventapasseri incrocia gli occhi e storce il naso. i drappi di stoffa che pendono dai vestiti lerci sventolano come bandiere multicolore, una per ogni razza della nazione. intona un requiem per i caduti della battaglia dei grandi monti. sa che riposano custoditi dalla neve e percorsi da brividi gelidi per punizione all'arroganza delle loro pretese. un agricoltore paesano non può combattere se non con zappe e badili in sella a ciuchi che ragliano e si vendono per una mezza carota.

lo stregone mette a bollire una pentola d'acqua d'oro zecchino con larghe maniglie che pendono ai fianchi. accatasta legna, sempre di più, getta abiti, libri di religione e di politica, stinchi di cadaveri, femori rubati da tutti gli ossari del mondo. brucia poesie e pometti d'amore, brucia le parole dei saggi che hanno cantato la bellezza delle stelle delle sere d'agosto e la dolcezza del canto delle cicale. brucia i quadri dei grandi accademici liberando le figure immortalate nelle tele. brucia le tempere e i colori ad olio, le batterie ossidate dei camion che viaggiavano sulle autostrade del futuro da città in città; brucia i chilometri percorsi dai viaggiatori incalliti con le loro tende e i loro sacchi a pelo. brucia i viaggiatori stessi che stanchi hanno ceduto alle litanie del dio orfeo. dà alle fiamme i miti degli uomini e degli orchi, i trapezi dei nomadi circensi e le sbarre d'acciaio delle gabbie, i lucchetti di tutti i cancelli delle pianure meridionali.

in preda all'estasi del distruttore scava a mani nude una fossa profonda come l'inferno, le unghie sporche di terra. vi seppellisce le esequie delle religioni pagane, onorandole con una lacrima che si trasforma in fiume di speranza. mette la mano in tasca e con un gesto degno del più teatrale prestigiatore estrae un flauto di ebano, che porta alle labbra mentre dilata il diaframma.

suona un blues stonato e le fiamme cominciano a ballare al ritmo malinconico di quella melodia. le distese d'erba diventano indaco intenso e arcobaleni sbiaditi spuntano come piante di fagioli messicani e a poco a poco prendono colore. lo stregone ne afferra uno per la coda e lo pizzica come un strumento a corde. è il tempo di danze latinoamericane! gli aborigeni delle isole dei monsoni lanciano gli scudi e abbandonano le lance avvelenate ammansiti come serpenti a sonagli. i vichinghi della penisola degli orsi bianchi innalzano i boccali di sidro e li scolano d'un fiato. nessuno deve morire, non oggi.

lo stregone riempe la fossa con l'acqua incandescente e si tuffa. nuota fino al fondo, sembra un delfino dell'oceano indiano, e riemerge poco dopo, vestito con un completo nero cucito su misura e le scarpe di pelle di pitone, appuntite con un temperino comprato al mercato delle pulci. lo stregone è diventato un mago. le feste proseguono condite di alcool e erba, di suoni e schiamazzi. nessuno è morto, non oggi almeno. lo stregone si siede e appoggia la schiena sul cumulo di carboni ardenti.

"cosa vuol dire sognare?" - mi chiede mentre si accende una sigaretta.

"sognare è suonare un arcobaleno su colline color indaco." - rispondo.

"prendi..." - e mi porge il pacchetto.

12 luglio 2010

Whale

mi sono sempre chiesto come sarebbe viaggiare per il mondo dentro la pancia di una balena: essere fagocitato da un cetaceo gigantesco - una megattera, per esempio - e solcare i mari giocando a fare il pirata. dev'essere la voglia di partire che gioca qualche brutto scherzo al cervello sotto pressione, e mescola realtà e fantasia come un alchimista di altri, lontani tempi.

mentre sogno di essere il terrore dei sette mari, cammino a piedi nudi sull'erba tagliata di fresco: un ossimoro vivente. nel tragitto il pizzicore risveglia le estremità abituate a comode suole di gomma, richiamando voraci istinti primitivi. è come se un volto selvaggio stesse emergendo dal nulla, un messaggio subliminale impresso nei geni corrotti dalle comodità casalinghe.

disteso immobile, sento il sole bruciare la pelle e l'aria spegnerla prima che divampi un incendio. uno spruzzo d'acqua mi coglie di sorpresa, impertinente, rinfrescando per un momento la mia lucidità annebbiata. le betulle scosse dal vento tintinnano come un carillon a molla; è una lenta sinfonia estiva.

le gocce d'acqua ornano la bottiglia che riposa sotto l'ombrellone. mi mette paura per come si erge mastodontico e austero, ma il suo ciondolìo distratto in qualche modo mi rassicura. per un attimo mi convinco di sentire profumo di mare, quel profumo di crema abbronzante, sabbia, sale e pelle dorata che sussurra estate ogni volta che lo respiri.

le infradito abbandonate una sopra l'altra, l'asciugamano disteso con qualche increspatura qua e là e l'orlo sollevato, le sedie vuote davanti al piccolo tavolo di plastica inutilizzato. mi siedo sull'altalena rossa e dondolo, pensando che qui sta cambiando un po'tutto.
penso alle serate passate a mangiare ciottoli di porfido e asfalto cambiando continuamente persona, saltando di posto in posto per cercare una qualche novità, immaginandomi a torto figlio di una beat ormai estinta. penso ai balli e alle risate che rispondevano ai commenti sadici e esagerati, fatti senza cattiveria per dimenticare la giornata che ci siamo lasciati alle spalle.

penso a partire. mi immagino i grattacieli, che come giganti di cemento e vetro ci guarderanno dall'alto, pronti ad essere demoliti dai flash delle macchine fotografiche di turisti troppo zelanti e avari di ricordi. l'essere trascinati da un fiume di persone nella notte piena di insegna luminose alla ricerca di qualche quartiere naive in cui riposare le gambe stanche e chiacchierare con qualche sconosciuto. le corse in metro mentre assorti si cerca una corrispondenza fra il nome della fermata e la cartina omaggiata da un punto informazioni. navigare nelle vie più insolite alla ricerca di un attracco per rifocillare le bocche affamate e avide di sapori esotici, o quanto meno estranei abbastanza al gusto comune da sembrare ricercati.

prendo la benda nera per coprirmi un occhio, una bandana nera con teschi ricamati diventa un prezioso girocollo, lo spadino di plastica è infilato nella cintura dei pantaloni larghi e consunti. carico qualche provvista sulla scialuppa, una rete da pesca, una foto per non sentire nostalgia, sperando che nel tragitto qualcosa abbia abbastanza fame da volermi mangiare.
mentre parto per questo viaggio improvvisato mi accorgo che la voglia di avventura continua a giocare irriverente con pindariche fantasie infantili. il sole continua bruciarmi la pelle lattiginosa, senza mostrare alcun riguardo, mentre sono disteso su un asciugamano increspato.

mi chiedo davvero come sarebbe viaggiare per il mondo dentro la pancia di una balena...



20 giugno 2010

Little Red Car

non ricordo molto di quel giorno. solo molto rumore, le mani fisse sulle orecchie mentre il corpo si contorceva urlando. non ricordo le lacrime scendere e bagnare la punta delle scarpe. non ricordo il colore dei tuoi capelli, il tuo profumo condensato nell'aria attorno.

scuotevo la testa a destra e a sinistra. ripetevo che stava andando tutto per il verso giusto. guardavo le statue immobili e la piazza viva e popolata che vociava caotica. cercavo di rassicurarmi dicendomi che il tempo richiedeva coraggio e che il dolore lo avrebbe portato via il vivere, caricandoselo sulle spalle.

ricordo la disattenzione e l'incomprensione, il prendere strade separate. ricordo il treno che partiva mentre io sedevo sulla panchina di marmo della stazione. la sigaretta accesa e il sole mattutino che irraggiava tutto lo spazio aperto. il bambino accanto a me giocava da solo con una piccola Ferrari rossa, la vernice scrostata. Zigzagava sulle mattonelle di porfido grigie dal disegno banale.

pensavo di aver già vissuto perché la vita mi spingeva a saltare e guardare avanti. pensavo di aver liberato ogni cosa dall'apparenza che l'offuscava. pensavo di vedere il colore dei fiori in ogni sua sfumatura più sottile e impercettibile.

non ricordo il giorno: non sono mai stato bravo con le date. doveva essere inverno perchè il freddo avvolgeva ogni cosa. il cappotto verde non bastava a trattenere il caldo e i brividi prendevano il sopravvento. facevo ordine fra i cassetti della memoria e l'euforia della nuova avventura ristabiliva equilibrio fra i pensieri.
il bambino era ancora assorto nella sua immaginazione; faceva strani sbuffi onomatopeici con le labbra socchiuse. lo guardavo assorto cercando di capire cosa stesse combinando nella sua innocenza infantile.

d'improvviso ha sbattuto le mani a terra, il viso imbronciato. qualcosa doveva essere andato storto nel suo piccolo mondo. la macchina era capovolta. doveva essere qualcosa di importante. abbiamo incrociato gli sguardi: gli occhi si specchiavano violenti e gli iridi cambiavano colore come infuocati. la sigaretta che tenevo fra le dita rosse e gelate si era spenta. l'odore del fumo si avventava sull'olfatto con una sottile cattiveria. le ombre ci preparavano alla guerra disegnando immagini tribali sui nostri volti.

cercavo il significato di tutto perché volevo capire ogni cosa. leggevo fra le righe della storia perché trovavo noiosa la trama della nostra vita. argomentavo con i più pazzi oratori per rivendicare l'ebrezza della discordia.
non ricordo molto di quel giorno, se non il caos che vorticava in ogni mia parola, in ogni mia espressione, in ogni mia certezza.

ci siamo guardati fino a sera, verde nel verde riflesso. eravamo così uguali che sembravamo estranei l'uno all'altro. ricordo il porfido ingiallire; la fame attaccare lo stomaco con una morsa tenace, come se non mangiassi da mesi. ricordo il bambino piangere, piangere come mai avevo sentito prima. ricordo il giocattolo abbandonato come non fosse mai esistito. aveva un aspetto malandato e stanco. le ferite degli anni l'avevano abbruttito così tanto, che a stento si riconosceva lo splendore che aveva alla nascita.

"sei triste?" - ho chiesto educatamente. il pianto si è fermato in un istante sibillino. tentennava a rispondere.

"no, non lo sono" - mi ha detto.

"perchè le lacrime allora? sei solo?"

"no, non lo sono"

mi ha guardato a lungo. mi guardava con rancore cercando di non esplodere contro di me.

"piango perchè sei triste" - ha sancito alla fine di un silenzio interrotto solo dai treni che si rincorrevano sulle rotaie arrugginite.

"vuoi giocare?" - era buio.

è stata l'ultima cosa che ricordo. non ho mai risposto. ho acceso un'altra sigaretta. un'altra ancora, mentre aspettavo che succedesse qualcosa. ma c'erano solo persone che andavano e venivano e treni che rombavano e saettavano colorati dai graffiti fatti con bombolette spray. era tutto un nuovo mondo, pur rimanendo sempre lo stesso.
il bambino era andato via. neanche mi aveva salutato. mi sono alzato stiracchiandomi, le ossa scricchiolavano sotto il peso del mio corpo; indolenziti i muscoli si riattivavano a fatica.

mi sono incamminato verso la città, con passo lento. le luci accese facevano sembrare le finestre tante piccole lucciole immobili, quasi fossi disteso in un prato d'estate. mi sono fermato un attimo, il fiato congelava ad ogni respiro, illuminato dalla luce al sodio dei lampioni.

"perché no?" - ho detto prima di incamminarmi di nuovo, mentre la mano in tasca stringeva una piccola macchina rossa con la vernice scrostata.

21 aprile 2010

Pointillisme

le giornate stanno prendendo il sopravvento sul tempo della vita. i minuti fagocitano se stessi con una voracità animale, il ticchettio dell'orologio da polso mi rincorre per i corridoi dell'università.

la mia sigaretta sta bruciando piano piano, appesa alle labbra socchiuse, consumandosi come l'incenso in chiesa. il fumo sale verso l'alto contorcendosi nell'aria tiepida della sera. riesco a vedere tutta la valle da dove sono: il verde degli alberi si dirada verso il fondo, trasformandosi in uteri di cemento armato e torrenti d'asfalto grigio. è come osservare un fotogramma di una pellicola d'epoca, trattata per restituirle colore e luminosità.

la biblioteca si sta svuotando per via degli stomaci affamati. le cerniere si chiudono velocemente e gli zaini scompaiono dai tavoli biancastri. le clessidre sugli schermi piatti sono l'ultima fatica dei computer rimasti accesi tutto il giorno, poi nero pece.

pensavo alla vita prima e alla vita dopo, quindi pensavo al niente. è l'attimo in cui comprendi il senso di tutto prima di abbandonarti al ritmo quotidiano, ancora e ancora. il momento di verità che fa da comun denominatore ad ogni giornata e che ti accompagna fino alle coperte rimboccate e al profumo intenso di pulito, che risuona nei sogni quando gli occhi schizzano a destra e a sinistra senza controllo.

le persone che vanno e vengono, senza mai fermarsi. le voci che ti rassicurano quando non sai cosa fare perché suonano familiari e ti ricordano l'infanzia. le scritte sbiadite sui diari di scuola che testimoniano come eravamo. le ginocchia sbucciate sul cortile d'asfalto: bastava soffiare, dicevano. che male! il profumo della torta appena uscita dal forno. i litigi per chi doveva impersonare il cavallo alato. il tuo profumo. il tuo sapore.

le macchine in coda sulla collina sono ancora ferme, sono piccole e lontane e mi ricordano tele ottocentesche: un sorta di pointillisme. è un dipinto in cui sono immerso senza affogare. è un'attimo di perfezione che scompare nell'istante in cui chiudo gli occhi per cercare di fissarlo sulla retina. quando lo cerco, di nuovo, è già sparito.

spengo la sigaretta consumata fino al filtro ingiallito, l'ultimo rumore che accompagna la mia giornata, e scendo a valle. fra cemento e asfalto.