20 giugno 2010

Little Red Car

non ricordo molto di quel giorno. solo molto rumore, le mani fisse sulle orecchie mentre il corpo si contorceva urlando. non ricordo le lacrime scendere e bagnare la punta delle scarpe. non ricordo il colore dei tuoi capelli, il tuo profumo condensato nell'aria attorno.

scuotevo la testa a destra e a sinistra. ripetevo che stava andando tutto per il verso giusto. guardavo le statue immobili e la piazza viva e popolata che vociava caotica. cercavo di rassicurarmi dicendomi che il tempo richiedeva coraggio e che il dolore lo avrebbe portato via il vivere, caricandoselo sulle spalle.

ricordo la disattenzione e l'incomprensione, il prendere strade separate. ricordo il treno che partiva mentre io sedevo sulla panchina di marmo della stazione. la sigaretta accesa e il sole mattutino che irraggiava tutto lo spazio aperto. il bambino accanto a me giocava da solo con una piccola Ferrari rossa, la vernice scrostata. Zigzagava sulle mattonelle di porfido grigie dal disegno banale.

pensavo di aver già vissuto perché la vita mi spingeva a saltare e guardare avanti. pensavo di aver liberato ogni cosa dall'apparenza che l'offuscava. pensavo di vedere il colore dei fiori in ogni sua sfumatura più sottile e impercettibile.

non ricordo il giorno: non sono mai stato bravo con le date. doveva essere inverno perchè il freddo avvolgeva ogni cosa. il cappotto verde non bastava a trattenere il caldo e i brividi prendevano il sopravvento. facevo ordine fra i cassetti della memoria e l'euforia della nuova avventura ristabiliva equilibrio fra i pensieri.
il bambino era ancora assorto nella sua immaginazione; faceva strani sbuffi onomatopeici con le labbra socchiuse. lo guardavo assorto cercando di capire cosa stesse combinando nella sua innocenza infantile.

d'improvviso ha sbattuto le mani a terra, il viso imbronciato. qualcosa doveva essere andato storto nel suo piccolo mondo. la macchina era capovolta. doveva essere qualcosa di importante. abbiamo incrociato gli sguardi: gli occhi si specchiavano violenti e gli iridi cambiavano colore come infuocati. la sigaretta che tenevo fra le dita rosse e gelate si era spenta. l'odore del fumo si avventava sull'olfatto con una sottile cattiveria. le ombre ci preparavano alla guerra disegnando immagini tribali sui nostri volti.

cercavo il significato di tutto perché volevo capire ogni cosa. leggevo fra le righe della storia perché trovavo noiosa la trama della nostra vita. argomentavo con i più pazzi oratori per rivendicare l'ebrezza della discordia.
non ricordo molto di quel giorno, se non il caos che vorticava in ogni mia parola, in ogni mia espressione, in ogni mia certezza.

ci siamo guardati fino a sera, verde nel verde riflesso. eravamo così uguali che sembravamo estranei l'uno all'altro. ricordo il porfido ingiallire; la fame attaccare lo stomaco con una morsa tenace, come se non mangiassi da mesi. ricordo il bambino piangere, piangere come mai avevo sentito prima. ricordo il giocattolo abbandonato come non fosse mai esistito. aveva un aspetto malandato e stanco. le ferite degli anni l'avevano abbruttito così tanto, che a stento si riconosceva lo splendore che aveva alla nascita.

"sei triste?" - ho chiesto educatamente. il pianto si è fermato in un istante sibillino. tentennava a rispondere.

"no, non lo sono" - mi ha detto.

"perchè le lacrime allora? sei solo?"

"no, non lo sono"

mi ha guardato a lungo. mi guardava con rancore cercando di non esplodere contro di me.

"piango perchè sei triste" - ha sancito alla fine di un silenzio interrotto solo dai treni che si rincorrevano sulle rotaie arrugginite.

"vuoi giocare?" - era buio.

è stata l'ultima cosa che ricordo. non ho mai risposto. ho acceso un'altra sigaretta. un'altra ancora, mentre aspettavo che succedesse qualcosa. ma c'erano solo persone che andavano e venivano e treni che rombavano e saettavano colorati dai graffiti fatti con bombolette spray. era tutto un nuovo mondo, pur rimanendo sempre lo stesso.
il bambino era andato via. neanche mi aveva salutato. mi sono alzato stiracchiandomi, le ossa scricchiolavano sotto il peso del mio corpo; indolenziti i muscoli si riattivavano a fatica.

mi sono incamminato verso la città, con passo lento. le luci accese facevano sembrare le finestre tante piccole lucciole immobili, quasi fossi disteso in un prato d'estate. mi sono fermato un attimo, il fiato congelava ad ogni respiro, illuminato dalla luce al sodio dei lampioni.

"perché no?" - ho detto prima di incamminarmi di nuovo, mentre la mano in tasca stringeva una piccola macchina rossa con la vernice scrostata.

21 aprile 2010

Pointillisme

le giornate stanno prendendo il sopravvento sul tempo della vita. i minuti fagocitano se stessi con una voracità animale, il ticchettio dell'orologio da polso mi rincorre per i corridoi dell'università.

la mia sigaretta sta bruciando piano piano, appesa alle labbra socchiuse, consumandosi come l'incenso in chiesa. il fumo sale verso l'alto contorcendosi nell'aria tiepida della sera. riesco a vedere tutta la valle da dove sono: il verde degli alberi si dirada verso il fondo, trasformandosi in uteri di cemento armato e torrenti d'asfalto grigio. è come osservare un fotogramma di una pellicola d'epoca, trattata per restituirle colore e luminosità.

la biblioteca si sta svuotando per via degli stomaci affamati. le cerniere si chiudono velocemente e gli zaini scompaiono dai tavoli biancastri. le clessidre sugli schermi piatti sono l'ultima fatica dei computer rimasti accesi tutto il giorno, poi nero pece.

pensavo alla vita prima e alla vita dopo, quindi pensavo al niente. è l'attimo in cui comprendi il senso di tutto prima di abbandonarti al ritmo quotidiano, ancora e ancora. il momento di verità che fa da comun denominatore ad ogni giornata e che ti accompagna fino alle coperte rimboccate e al profumo intenso di pulito, che risuona nei sogni quando gli occhi schizzano a destra e a sinistra senza controllo.

le persone che vanno e vengono, senza mai fermarsi. le voci che ti rassicurano quando non sai cosa fare perché suonano familiari e ti ricordano l'infanzia. le scritte sbiadite sui diari di scuola che testimoniano come eravamo. le ginocchia sbucciate sul cortile d'asfalto: bastava soffiare, dicevano. che male! il profumo della torta appena uscita dal forno. i litigi per chi doveva impersonare il cavallo alato. il tuo profumo. il tuo sapore.

le macchine in coda sulla collina sono ancora ferme, sono piccole e lontane e mi ricordano tele ottocentesche: un sorta di pointillisme. è un dipinto in cui sono immerso senza affogare. è un'attimo di perfezione che scompare nell'istante in cui chiudo gli occhi per cercare di fissarlo sulla retina. quando lo cerco, di nuovo, è già sparito.

spengo la sigaretta consumata fino al filtro ingiallito, l'ultimo rumore che accompagna la mia giornata, e scendo a valle. fra cemento e asfalto.

16 aprile 2010

Grace is gone

sei distratta dalla conversazione con la tua amica, bionda statuaria truccata come una prostituta d'altoborgo. ogni volta che porta la sigaretta alla bocca increspa le labbra ruvide e colorate, disegnando un'espressione di disgusto misto a strafottenza. il bordo della sua minigonna si confonde con il collo del Montgomery che indossa. non ha niente da spartire con la tua bellezza sofisticata.

ascolti la sua risata acuta e intermittente come le lampade al neon di insegne luminose che hanno sponsorizzato per troppi anni il negozio sotto di loro. rispondi con leggerezza abbozzando un sorriso imbarazzato, come la prima volta che ci siamo stretti la mano. mi accorgo di non averti mai sentito ridere, non ti ho nemmeno mai parlato.

la platinata comincia a far strabordare la sua invadenza: quel suo corpo anoressico si sta gonfiando come un pallone aereostatico. come fai a sopportarla? sta volando a qualche metro dal suolo. io la vedrei bene tre metri sotto terra.

l'ossuta si dilegua in fretta con la scusa delle lezioni. ti stampa tre baci frettolosi sulle guance color carne, fingendosi dispiaciuta. allontanandosi scuote la mano e si mette gli occhiali da sole fra i capelli. i tacchi rimbombano sul selciato della terrazza, colonna sonora degna della sua uscita.

tu rimani lì, seduta, a guardarti la punta delle scarpe, gli occhi profondi color dell'autunno. i capelli sciolti s'infrangono sulle spalle minute. le labbra color ciliegia mosse da uno sbuffo. incroci le braccia, incroci il mio sguardo mentre sollevi la testa per cercare il sole. esito un attimo, per un momento mi perdo pensando a quello che vorrei dirti. gli studenti passano svogliati fra di noi annoiati dal chiacchiericcio dei professori, dev'essere finita l'ultima ora di lezione della mattina. il fiume di gente mi trascina via mentre tutto rallenta. saluto facce fin troppo conosciute. tu rimani lì, ad osservare il caos degenerare e ad ascoltare il vociare assordante.

ti immagino in molti modi, ogni volta una persona diversa dipinta con quel tocco di te che basta a farmi sorridere. ti immagino vivace e tranquilla, solare e introversa. compari improvvisamente nei posti più impensabili e sei una sorpresa ogni volta. sei una magia di cui non svelano il trucco e che continua a sorprendere ogni volta che si osserva. sei la fine melodrammatica di ogni storia d'amore che lascia caldo il cuore. sei la nuvola che gioca a imitare le forme più bizzarre mentre la si guarda da un verde prato estivo.

ti alzi e vai via saltando i gradini della scalinata a due a due. ti seguo stordito da quelli che mi circondano e mi chiedono cosa ho che non va. scompari dietro l'angolo della biblioteca con un tocco di mistero. fisso il muro sperando che ti sia dimenticata qualcosa, uno stupido pretesto per rivederti. caffè; ho bisogno di un caffè e di una sigaretta. ho bisogno di vederti una volta ancora, di scoprire qualcosa ancora. di parlarti con più di quattro lettere.

mi urlano qualcosa e mi accorgo di essere tremendamente in ritardo. rientro in aula. hanno cominciato senza di me. mi affretto a recuperare sbattendo penne e quaderni sul banco di fòrmica. un respiro profondo prima di cominciare. un altro ancora, l'ultimo.


6 marzo 2010

Speed

è da molto che non mi avvicino alla tastiera del mio pc per buttar giù qualche riga senza senso. da un po' di tempo me ne sto per i fatti miei. Preferisco ascoltarmi in silenzio, invece di battere rumorosamente i polpastrelli cercando di dar vita a uno sproloquio di senso compiuto.

se posso essere sincero, mi manca tutto quel frastuono. ma il tempo passa e la voglia si appassisce: un po' si disperde fra gli impegni quotidiani e un po' è offuscata dai fuochi pirotecnici che prepara la vita qui intorno. sto diventando pigro e come un'animale alle porte dell'inverno mi sto preparando ad un lungo letargo.

ho smesso di scrivere e cominciato ad osservare. occupo il tempo libero guardandomi attorno e ascoltando con fare dispettoso le conversazioni altrui. butto l'occhio per cogliere immagini che prima non potevo vedere. ed ecco che tutto cambia. cambia prospettiva, cambia forma, cambia suono, cambia e cambia e basta.

devo ammetterlo, sono un nostalgico. rimpiango i tempi passati per la loro dolcezza e mi lascio prendere dalla malinconia quando penso alla leggerezza di quei ricordi. vorrei fermare per un attimo il tempo chiedendogli pietà, chiedendogli di rallentare che qualcuno mal sopporta il viaggio e si sta sentendo male per tutte le turbolenze e gli scossoni. vorrei guardarlo in faccia per vedere il suo ghigno sornione e cercare nel contempo di scorgere nei suoi occhi quel brivido masochista che lo spinge a premere l'acceleratore.

ho sentito dire che molto di quello che è successo nel passato è attuale, va' preso ad esempio per i giorni nostri. io credo semplicemente che sia il presente ad essere passato di moda, che sia ammuffito sugli scaffali dove lo teniamo per paura di rovinarlo.
dicono che il futuro sia la nostra sola speranza. io credo che il futuro non sia altro che una bislacca predizione astrale, un rotocalco di giornale scolorito che annuncia qualche vaga buona notizia. lo teniamo stretto per confortarci ma come il presente prima o poi andrà a male, maciullato da un migliaio di viscide tarme che roderanno la cellulosa fino a consumarsi i denti e rovinarsi la digestione.

non riesco a stare al passo. non capisco come gli altri possano. ho provato ad affrettarmi, cercando di raggiungere il gruppo di testa ma sono stato staccato di nuovo. allora mi sono seduto e mi sono preso il mio tempo. inutile affrontare una maratona se è una vita che ti prepari per i cento metri. siederò al bordo della pista per un po' finché non avrò trovato soluzione alla mia inadeguatezza. ozierò per qualche tempo e mi godrò la gara: vista da fuori questa volta, biglietto non pagante.

per un attimo, la tranquillità del riposo..

2 gennaio 2010

Smiley face

quest anno me ne sono andato in silenzio. nessun post esistenziale e visionario, nessuna lettera a babbo natale, niente addii strappalacrime e buoni propositi per l'anno nuovo.

quest anno ho deciso di zittire la mia laconica vena creativa e di nascondere le mani dentro le maniche della camicia, abbottonandole per bene. ho salutato tutti agitando il braccio in alto, ma pochi hanno visto questo gesto spartano ma cordiale. per una volta mi sono seduto tranquillo dando il peggio di me, collezionando ogni vizio possibile: vedi il germe della follia nascere e morire dentro di te più volte nella vita e solo se sei fortunato capisci quando ti sei salvato. se rinascerai veramente questo lo deciderà la tua fervida intelligenza.

ho dolori sparsi in tutti il corpo, lievi acciacchi lasciati da un altro anno caricato di peso sulle spalle; perchè questi ultimi dodici mesi li ho sentiti tutti: non importa cosa sollevi, bene e male, buono o cattivo, la gravità attira tutto verso il basso, senza eccezioni. ho dolore perchè sono ancora cosciente, ancora giro gli occhi e vedo colori, stelle, alberi, verde, giallo, bianco, neve. sento la voce profonda di mio padre e vedo mia sorella sorridere e crescere.

sono arrugginito come una vecchia vite di ferro in vacanza sul fondo del mare, non so più scrivere o studiare come un tempo. ho lasciato atrofizzare il cervello perchè è più facile di combattere l'apatia di ogni giorno. mi sono preso del tempo per me, ed è stato importante. ho concesso del tempo ad altri, e ne sono stato contento. Ho fatto male, mi sono fatto male. sono guarito..

non voglio dilungarmi. ho imparato molto più in questo ultimo anno di quello che potevo sperare. ho imparato che il tempo decide ogni cosa e noi possiamo solo mettere a posto i dettagli. ho imparato che volere veramente non basta mai. non ho più niente da aggiungere se non un'ultima promessa, un ultimo singhiozzo di libertà scritto picchiettando sulla tastiera in una rumorosa sera d'inverno:

cercherò di essere più presente. punto. il resto verrà da sè, come ha sempre fatto e come non mi sono mai accorto..

mi lascio con un sorriso, il più caldo, il più dolce e maliconico sorriso del mondo; perchè di ogni immagine che passa per la mia testa matta, è la più bella e meravigliosa che potessi scegliere oggi.. un sorriso illuminato da una fredda sera d'inverno.

7 settembre 2009

It's been a while...

dicevano un sacco di cose mentre io non li ascoltavo. dicevano di essere grandi e saccenti. dicevano di conoscere il significato della parola vita. dicevano di essere ancestrali sciamani capaci di lenire le ferite dell'esserci, ogni giorno, quaggiù. parole di poco interesse mi lambivano le gote, trascinate da voci ardenti come le fiamme dell'inferno, pronte ad incenerire ogni singolo atto di ribellione. la mia espressione intontita, ebete, li innervosiva a tal punto da trasformare le loro bocche in crateri vulcanici e la loro bava virulenta in lava incandescente. dicevano davvero tante cose, ma non era importante ascoltare. avevavo già una platea con fedeli ed assidui spettatori, io ero solo di troppo, immmobile fra tanti.

siedo tranquillo in una giornata di fine estate, respirando i primi profumi autunnali. forse è solo immaginazione, forse solo plagio dovuto alle prime premature foglie gialle. mentre osservo i ghirigori che il fumo grigio della sigaretta disegna in aria, noto che l'edera avvinghiata alla recinzione in fondo al viale ha già indossato il suo più bel vestito color ambra; noto la pelle irritata dal freddo mattutino; noto le ombre lunghe e sognanti che aspettano di accorciarsi con il passare del tempo. sento ogni ticchettio scandito dalle lancette dell'orologio appeso sul muro bianco della cucina. sento le vacanze che scappano frettolose e, senza nemmeno salutare, scivolano via per perdersi in qualche posto che non conosco ancora. sento la vita che urla il suo richiamo: violenta reclama la routine perduta nell'abbronzatura e nelle serate passate a fare baldoria. schiamazzi piacevoli in lontananza, bimbi perduti nelle loro fantasie di fanciulli si azzuffano al parco mentre madri distratte chiacchierano spettegolando del più e del meno.

è arrivato il tempo degli applausi. mi alzo e mi avvicino all'uscita prima che quel caotico consenso uccida quel poc di vivo che è rimasto dentro di me. volto le spalle al pubblico in delirio, i passi veloci diventano una forsennata corsa verso le porte: blindate. batto i pugni contro il legno massiccio fino allo sfinimento, tonfi sordi che nessuno sente. sembrerebbe buona educazione aspettare come tutti la fine dello show e porgere ossequi agli interpreti sul pacoscenico, rovente per la perfomance, ma sono stato trascinato controvoglia e la cosa mi riesce alquanto difficile. qualcuno nota la mia disapprovazione, mi biasima con occhi pieni di malcelata disapprovazione.

sento uccelli cinguettare ma non li scorgo volare nel cielo pomeridiano, agghindato con qualche nembo minaccioso. deluso, mi consolo con una mela troppo farinosa per essere apprezzata. la cena incombe e il mio stomaco reclama attenzione. mentre tolgo la buccia a delle patate con un coltello affilato, come ai vecchi tempi, sento un forte profumo di terra. il terriccio fresco e genuino inonda le mie narici rallegrando per un attimo solo il noioso lembo di tempo che si frappone fra il pomeriggio e la sera.

un ricordo. oggi ho messo da parte un ricordo di fine estate, mentre le mamme chiacchieravano e i bambini sognavano di fare i pirati o gli esploratori o gli astronauti, mentre la natura era intenta a cambiarsi d'abito per il grande ballo di fine stagione e le lancette dell'orologio si rincorrevano giocando a nascondino.


12 luglio 2009

Happiness is to be found..

lo diceva anche Dante: nel mezzo del cammino si era perso per una selva oscura, poi è uscito a rivedere le stelle. chissà quanto brillavano ai suoi occhi.. dopo un giro fra fiamme e fuoco le nuvole del paradiso saranno state soffici come l'aria di una brezza estiva. un percorso di espiazione il suo, ma tanto Beatrice non gliela mollava lo stesso. sarà per questo che scriveva.. compensazione..
premio di consolazione: eletto padre della lingua italiana. Se avesse saputo mi sa che faceva a cambio! ma non è questo il punto..

le giornate estive si fanno attendere come primedonne. il clima rende a malapena sopportabile i doveri dettati dal buoncostume europeo. l'ennesima sigaretta spenta nel posacenere testimonia la voluttà dell'essere, viziato come un bambino di città. avido di tempi migliori consuma il suo contenitore come si consuma una saponetta di un bagno pubblico. degna fine di chi preferisce subire gli avvenimenti cercando un senso al dolore mai provato. le ore di sonno sottraggono piacere alla vita quando risultano inutili. dicevano che ogni cosa finisce con il ripetersi e divenire noiosa, tranne per chi ogni volta riesce a vederla con occhi nuovi. dicevano molte cose le persone accanto a me. raccontavano storie così belle da far sanguinare le orecchie, storie così luccicanti che desideravi rubarle alla loro prima distrazione. storie così coinvolgenti che ascoltarle non bastava, volevi viverle. erano storie di altri tempi, dove la principessa che abitava la torre più alta del castello era salvata da un cavaliere impavido, senza macchia e senza paura, che aveva combattuto contro draghi ed orchi malvagi pur di rubarle il primo bacio. è l'anocronistica sensazione di non poter competere con quelle fiabe che incrina l'armonia di ogni canzone ascoltata. quella sensazione di aver scelto posto e tempo con troppa leggerezza e doverne accettare l'errore. la sensazione di aver sentito qualcosa in lontananza che non corriponde a niente se non a un grido di aiuto. il voler mettersi in pari con il mondo perchè il mondo è ormai così e non si può cambiare, e allora cambiare se stessi per rimanere al passo, pur sapendo di morire lentamente per quasta decisione. lo specchiarsi e non ritrovare l'immagine di un tempo così familiare e gradita agli occhi corrotti dal fumo delle ciminiere che infestano la città.

e non provare più niente. e non sentire più niente. e non riuscire più a comunicare. la lingua articola le lettere sbattendo sul palato, ma suoni gretti e primitivi infastidiscono chi ascolta distrattamente il mio discorso.

le giornate estive torneranno a minuti per rallegrare gli uomori inaciditi dei vicini di banco. leggo chiaramente il cartello appeso alla porta: "torniamo subito", dice. mentre aspetto con impazienza, esco a fare due passi. se bussate e non rispondo, non preoccupatevi: torno subito..

9 luglio 2009

Lost

non ho più voglia di niente. neanche di scrivere..

20 giugno 2009

Dialogo a due


" ti sei mai perso per strada? "

si, mi è successo più di una volta.

" hai chiesto informazioni ai passanti? "

si, ma nessuno sapeva dove era il posto in cui dovevo andare.

" perchè stavi camminando? "

mi ci sono trovato, in strada..

" potevi tornare sui tuoi passi.."

no, non sapevo nemmeno come tornare a casa.

" dovresti sapere dove è casa tua. ognuno ha un posto che può chiamare casa."

ho nostalgia, voglio tornare dove tutto è cominciato.

" allora hai paura. non nostalgia. la nostalgia è una difesa contro la paura di quello che è nuovo"

non sono pronto. non lo sono mai stato.

" hai paura.. "

si, ho paura. odio ogni tipo di legame, odio ogni tipo di cambiamento. odio il fatto di non avere nessun potere. nessuna aspirazione. nessun punto verso cui guardare. mi sono perso e non c'è più alcun posto in cui andare.

" cerchi qualcosa che non esiste più. non puoi tornare alla tua vecchia casa se non sei pronto ad abitarne una nuova. "

allora siederò qui. mi fermerò un momento aspettando che passi qualcuno.

" prefersci seguire uno sconosciuto che muovere i tuoi passi? "

non ho più forza nelle gambe. ho bisogno di riposare i muscoli stanchi. ho bisogno di chiudere gli occhi un momento e cercare pace in qualche sogno strano. dimenticare per qualche minuto di essere solo.

" un sogno è alienate come dieci realtà. "

non ti credo.

" quando sogni non appartieni nemmeno a te stesso. quando sogni perdi ogni percezione della realtà. "

non ti credo.

" ho sognato per molto tempo, e per molto altro sognerò. e la cosa mi rattrista."

non sembri un sognatore.

" esistono molti tipi di sogni. il mio rattrista l'animo, ma nello stesso tempo lo rafforza. il tuo lo condanna. "

non ho nessuna alternativa. non posso rialzarmi, vagherei senza meta. non posso fermarmi, sarei vittima della mia disperazione. non posso cercare risposte, ho perso la vista e l'udito per queste cose. non posso trovare soluzioni, la razionalità dei miei pensieri è compromessa dalla mia situazione.

" non ti credo."

invece dovresti.

" io non credo alle tue parole. "

è diverso, vero?

" cambia ogni cosa. come ogni cosa è destinata a cambiare. "

...

" perchè non provi a camminare per un altro po'? "

c'è ancora tempo per riposare il corpo. c'è ancora tempo per cercare qualche risposta.

" non troverai nulla. "

non troverò nulla.

" perderai anche le ultime cose che possiedi. "

perderò ogni cosa.

" sprofonderai ad ogni passo. "

sarò sommerso dal mio orgoglio.

" fino a perdere il respiro. "

fino a perdere il senso delle cose.

" fino a cadere in pezzi. "

fino a infrangermi sulle certezze del mio credo.

" fino a piangere per le ferite del mondo intero. "

fino a potrare ogni singolo fardello del mio essere così mortale.

" non ho più motivo per trattenerti. "

vuoi venire con me?

" ci reincontreremo ancora. "

ne ho la certezza. ora sono pronto per incamminarmi di nuovo.

" au revoir.. "

che il viaggio sia buono come lo è sempre stato e ti protegga la certezza delle tua convinzione.

" sempre, lo sarà.. "

15 maggio 2009

Dehydrated

sono lucido come le mele che da bambino porti alla maestra. sono stanco come uno studente di Edile-Architettura. sono felice come una persona innamorata. ho paura come una persona innamorata. sono triste come chi ha troppi pensieri per la testa. sono disincantato come chi ha già sofferto per più motivi. sono occupato come uno studente di Edile-Architettura, ancora. 

guardo fuori e trovo la pioggia che offusca la felicità delle giornate estive, che timide bussavano alla finestra nei primi giorni di maggio. gli occhiali da sole riposti malamente sullo scaffale della libreria hanno un'aria stanca, la mia mente li associa ad una pianta appassita. all'improvviso sento la disidratazione prendermi la gola, una morsa stretta e cruenta abbatte lo spirito vivo che giocava con me nei giorni passati. lascio vagare l'immaginazione per cercare un posto più felice ed assolato, dove l'aria tiepida asciuga la pelle e scompiglia i capelli delle ragazze in costume da bagno. li immagino di colori vivaci, allegri, con fantasie estive, fiori variopinti, onde gentili che si infrangono sui bordi cuciti a macchina. 

pensieri leggeri volano lontano, lontano. una coppia felice passeggia mano nella mano sotto casa mia. lui sembra noncurante di tutto, lei lo guarda e lo riempie di attenzioni. guardo tutto un po' dubbioso, razionalizzo una strana epifania che assale silenziosa la mia mente, chiedo un attimo di pausa dal mondo per capirmi meglio. chiedo un attimo di pausa perchè non ho la forza di reggere tutto insieme, non sono abbastanza grande. il piccolo bambino che si sveglia di tanto in tanto vuole ancora del tempo per giocare senza troppi pensieri e recriminazioni. chiedo un attimo di pausa dal mondo, anche se so che il mondo non aspetta. anche se so che non mi verrà mai concesso perchè tutti corrono e chi si ferma rischia di arrivare ultimo.

almeno, ho partecipato..