21 giugno 2023

Restlessness



La quiete della sera abbraccia l'aria fresca che spira da nord. Annuncia pioggia, anche se il cielo è solo macchiato dalle nuvole. La promessa di un temporale estivo porta sempre con sé una malcelata speranza mista a un'inquietudine primitiva. 

Nascosto fra le mura di casa scorgo la luce dei lampioni filtrare dalla serranda abbassata e sento il vento sibilare mentre un podcast sboccato accompagna sottovoce il rassetto della cucina. Finite le pulizie di rito, mi abbandono sul divano. Scorro svogliato le pagine elettroniche di qualche social, rimbalzando fra video da trenta secondi che ormai sono diventati il metadone del mio disturbo di attenzione. Poco prima di dormire scorro fra i "ricordi da rivivere", annunci pubblicitari della mia vita confezionati dal me passato. 

Non lo faccio più da molto tempo, è accanimento terapeutico: lascio quanto posso all'oblio digitale. Sono convinto che sia necessario abbandonare alla deriva delle onde cibernetiche i milioni di bit che cullano quella che è per me ormai un'epoca distante. Si salva solo quello può essere salvato, tutto il resto verrà cancellato con una semplice riga di codice da un programmatore indiano, polverizzato da un blackout mondiale, lasciato essiccare nella silicon valley o in qualche server sperduto in un angolo del mondo civilizzato assieme ai commenti misogini di qualche quarantenne.

Va bene così, mi dico; è la degna fine della celebrità di quartiere del terzo millennio. 

Compare un nome sullo sfondo nero, fra i post sbiaditi ed invecchiati male, con un incomprensibile prologo arabo. Compare il tuo nome e devo sforzarmi a far affiorare un tuo ricordo, a contestualizzare il tutto con una data, un evento o qualcosa che possa accendere la mia memoria. Tocco il touch del cellulare; compare la tua foto. 

Ci ho messo del tempo riconoscerti, a ricollegare tutto. Devo scendere in profondità fatte di memorie confuse, complicate, sfocate. Tu stai lì, a fissarmi, vecchio e nuovo, come un bonzo di ferro con qualche macchia di ruggine, imperscrutabile. Un moderno gesucristo, noto e sconosciuto, corvino e cinereo profeta del tempo che è stato, vetusto baluardo di una generazione di maleaccasati sparsi per il continente, occhio nell'occhio, ventre nel ventre di balena che ha solcato il mare e la cui profezia è giunta a me tramite una sirena loquace di questo lembo di terra.

Tu stai lì, celeste e avorio sullo sfondo, in un'attesa incerta, in un attimo eterno in cui mi risvolto la pelle dal dentro al fuori e la stendo sulla corda del tempo che congiunge i sentieri di sabbia percorsi e da percorrere dalle mie e da altre decine di orme di migranti di terra che si rincorrono, si accompagnano, si separano, si uniscono, si salutano, si ritrovano, ballano e si dicono addio.

La pioggia arriva, si infrange sulle persiane a mezz'asta. Sporca i vetri, si abbandona lungo il corrimano del balcone e le assi del parapetto. La promessa si è resa verità, si è incarnata nell'aria e nello spirito sovrannaturale di una sera stanca di giugno. Una sera come tante, né calda né fredda, ricordo del giorno spento, monito del giorno a venire. 

Mi chiedo, carne nuda e viva, cosa sia quel sentimento languido e sconveniente che si avvolge su se stesso, nelle viscere scoperte del mio corpo. Guardo immobile lo specchio d'acqua, la risposta tarda a venire. Il profeta è muto, guarda occhio nell'occhio, medita ventre nel ventre di balena, forse non ha mai parlato e non ha lingua con cui articolare suoni. Come dice il proverbio, nessuno è profeta in patria. 

Tutto tace, sulla spiaggia dell'abbandono. La timida pioggia è già un ricordo. Lascia un senso di verità disvelata, di cruda rivelazione come lo scheletro di cetaceo che troneggia sul bagnasciuga. Osservo le ossa spoglie asciugare alla luna, pallide costole orfane mai nate, in una mite sera di giungo.

Quella che, in fondo, è una sera come tante. 

3 maggio 2018

La ballata degli Angeli caduti



Piccole gocce di respiro
Ornano la cornice della finestra

Si intravede nel risveglio
La meraviglia delle minuzie

Sul mondo rivolgo il primo sguardo
In testa il sonno degli dèi

È acerbo come la mia astuzia,
È incredulo come la mia colpa

Tristi Angeli senz'ali
Danzano scalzi sull'asfalto grigio

Nelle strade si affollano silenti
Il freddo marzolino li accompagna

Lasciano impronte di gazzella
Come coriandoli abbandonati

Lasciano impronte di gazzella
Sussurrando le emozioni dei loro padri

Misurano attenti il peso del mondo
Ognuno con la propria bilancia

Chi usa un contrappeso leggero
Forse non è adatto a questa vita

Chi usa un contrappeso leggero
Ha spazio per altri marchingegni

Macchine volanti e transatlantici
Al servizio di un'esistenza senza confini

Nel momento della genesi
Un dubbio avrà pur colto il Dio Creatore

Se questa sofferenza che egli prova
Dovrà esser condivisa, o nascosta

Nel crepuscolo delle lanterne
Un dubbio avrà pur colto il Dio delle Macerie

Se questa gioia che egli prova
Dovrà essere narrata, o dimenticata

Immobile davanti all'immagine riflessa
Salpo per un mondo che non si immagina

Guardo l'ultimo raggio di Sole
Recitando una preghiera al Dio Creatore

Gli Angeli accendono lumini
In fronte alle lapidi del cimitero

Guardano la fiamma appena nata
Consacrandola al Dio delle Macerie

Impressa a fuoco sulla retina
La stessa immagine per tutti

La nostalgia della separazione
La malinconia del giorno che muore


22 agosto 2017

Sunflower (In Loving Memory Of A.G.)



Mi sono sempre piaciuti i girasoli, alti steli immobili nei campi delle pianure. Da bambino pensavo che non potessero mai essere tristi, perché guardavano sempre il Sole. 

Da qualche tempo ci eravamo persi di vista, come capita agli adulti troppo presi dalle loro vite, inseguendo giorni uguali a se stessi. Succede, senza volerlo. Ci vedevamo di rado, scambiavamo qualche parola. Quando ci siamo conosciuti era diverso: le nostre strade si sono incrociate per qualche anno, assieme a quelle di molti altri. 

Non ho avuto modo di salutarti. Mi avevano detto che stava andando tutto bene, come si dice a chi incontri di fretta in strada. Pensavo di avere ancora tempo e mi sentivo quasi un estraneo senza il diritto di ripiombare all'improvviso nella tua vita. Questo lo rimpiango. Ho cercato in fondo alla memoria un'immagine di te, per ricordare com'eri. Tutti mi hanno detto di quanto eri felice oggi, e lo vedevo nelle tue risate rimaste uguali a quelle di quando ti ho incontrata. Io ho dovuto andare più indietro. 

Era il giorno dei test di ammissione all'università. Non conoscevo nessuno, mi guardavo attorno con un po' di agitazione. Tutto quello che ricordo di quel giorno è una ragazza alta e bionda, con un paio di occhiali rossi, in fila con me per un biglietto per il futuro. Non ti ho parlato, allora come adesso mi mancava il coraggio. Un solo pensiero in testa: "Chissà se ci incontreremo ancora?". 

Il primo giorno di lezioni eri lì, unica certezza di quel tempo remoto in cui abbiamo condiviso amici, litigi e serate, per poi dimenticarci pian piano uno dell'altra. Rimaneva qualche saluto, di fretta, quando ci scontravamo per strada. Quando l'unica cosa che riesci a dire è: "Tutto bene".

Se mi chiedessero qualcosa di te, avrei questa immagine. Una ragazza di vent'anni appoggiata ad un muro color avorio di un corridoio, che guarda il mondo da un paio di occhiali rossi e sorride, aspettando un biglietto per il futuro. Come un girasole nei campi senza confine, sempre rivolto verso il Sole. 

"Chissà se ci incontreremo ancora?", mi sono chiesto in questi giorni. Ma so che è già successo una volta, contro ogni probabilità avversa.

Fai buon viaggio, A.


Stefano

14 febbraio 2017

Beauty and the Beast



Il viso pallido
Il sorriso malinconico 

Una bellezza così perfetta

Estranea al mondo

Scandita da secondi immobili
Catturata in una pellicola 

Persa nelle parole del racconto
Persa nella faccia oscura della Luna

Gli occhi dell'autunno
Che si mostrano ai sognatori

I capelli color del grano
Che ondeggiano al sospiro dell'estate

Bruciano di vita 
Bruciano di gioia 

Nella festa del raccolto
Si celebra il passato glorioso 

Il fuoco degli dèi arde 
Le grida ed i balli festosi

Lascia cenere e profumo di cedro 
Lascia il silenzio alla notte 

Inganna il tempo avaro
Consacra gli eroi senza gesta

Il colore del mare in lontananza
Il colore del mare ed i miei occhi

Un ricordo vestito di cobalto
Il cielo eterno a cullarlo senza affetto


4 settembre 2016

Ring-ding-ding-ding-dingeringeding



"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Suona il cellulare, uno squillo secco. Numero sconosciuto. Rispondo pensando sia la solita chiamata dell'uomo call center, pakistano o calabrese. Mi aspetto l'offerta del mese, la proposta di un contratto oltre il vantaggioso. E invece niente, silenzio. Come fossi in un film sento una goccia di sudore che si affaccia sulla tempia, sale la paura di aver fatto qualcosa di sbagliato. Pensi ai demoni che hai seminato lungo strada. Pensi alle ex deluse, agli amici beffati e mandati a quel paese. Sono ripiombato negli anni novanta: gli anni dei telefoni fissi senza schermi ma con grandi ruote forate e numeri inchiostrati, dove non sapevi con chi stavi parlando finché non alzavi la cornetta.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Chiedo se c'è qualcuno, perché qualcuno dall'altra parte ci deve essere. C'è sempre stato. Con voce agitata dico che è un brutto scherzo. Un pessimo scherzo. Dico che non ho tempo da perdere anche se è una balla colossale. Ogni giorno i secondi mi cadono dalle tasche, dalle mani. Li perdo come da bambino perdevo le caramelle della nonna. In fondo qualcosa alla fine della giornata deve essere andato perduto. Non si può tenere tutto, non per sempre. 

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Il cellulare non emette suono. Sto camminando come un forsennato. Ora diventa una gara di resistenza, una sfida personale a chi riattacca prima. Ho capito che chiunque ci sia dall'altra parte si sta prendendo gioco di me e di colpo mi fermo. Mi chiedo il senso di questa guerra fredda con il signor Nessuno, con chi sicuramente non ha di meglio da fare, chi magari mi sta spiando da dietro un angolo e ride dietro alle mie spalle. La testardaggine mi obbliga a non cedere. Ho imparato a lasciare perdere in questi anni ma dentro me qualcosa mi impone di puntare i piedi. Stacco il cellulare dall'orecchio e osservo lo schermo. I minuti di conversazione aumentano seppur vuoti di parole.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Metto l'auricolare, lo calco sull'orecchio. Provo a percepire ogni vibrazione, ogni rumore in sottofondo. Forse è solo la mia immaginazione, forse un problema tecnico di qualche macchina automatica. Forse qualche nano burlone ruba le parole elettromagnetiche prima che possano arrivare a me e le nasconde in un libro di carta. Forse mi stanno parlando, proprio con quel silenzio, alieni che non hanno il dono della parola. Da un'altra epoca, da un'altra dimensione. La mia testa si apre e i fantasmi e le creature che vi abitano cominciano a circondarmi. Rivaluto i cospirazionisti, l'area 51, le scie chimiche, gli ufo. Chiedo consiglio al signor Tesla in persona che mi fa una pernacchia antipatica e alza le spalle ridendo; ma ridendo forte. Apre la bocca e si magia tutto quello che era appena comparso. Saluta alzando la tesa del cappello con due dita e saltella via a cavallo di un pogo giocattolo.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Torno nel posto dove mi ero lasciato, il cellulare all'orecchio. Vedo la gente che corricchia sulle punte dei piedi andando a cercare un riparo. Qualche goccia di pioggia cade leggera, qui nella nostra dimensione, nel nostro spazio, nel nostro tempo. Solo allora sento una voce, cristallina, che fa vibrare gli auricolari.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Dice solo questo. Riattacca nell'attimo successivo. Una voce androgina ma familiare, una voce che le raccoglie tutte. Una voce che non appartiene a nessuno. Mi duole la schiena. Una fatica allucinante mi assale all'improvviso, una fatica da lavoro in miniera. La pioggia si infittisce e non mi resta che assottigliarmi contro un muro cercando il riparo di un esile conicione a metri dalla mia testa.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

Non penso ad altro da giorni. Non di chi fosse la voce, penso solo alle parole e al loro peso. Perché in fondo quelle erano parole leggere, come lo sono tutte. Leggera era anche quella frase, trasparente come l'aria che respiro. Ci sono volte in cui non posso associare ai sentimenti nemmeno parole, figurarsi un colore. Poi perché uno soltanto? E se ogni sentimento fosse un'arcobaleno di colori, una moltitudine immensa e poi se scosso si mettesse a girare rapido su se stesso diventando bianco come il latte, bianco come la velocità della luce, bianco come i petali di una margherita nelle mani di un'innamorata? In fondo tutti i sentimenti sarebbero dello stesso colore. 

Sarebbe una gran bella beffa. 

Ogni tanto quando voglio capire qualcosa di più di questo mondo, quando mi capita di fermarmi e chiedermi il significato della giornata che sto vivendo, prendo il telefono e faccio un numero a caso. Quando rispondono ascolto le voci delle persone dall'altra parte. Alcuni riattaccano subito, altri imprecano, pochi bestemmiano, alcuni ridono.

E solo ai più pazienti finisco per chiedere sempre la stessa cosa.

"Lo sai qual'è il colore dei sentimenti?"

4 gennaio 2016

To Her - Remastered Edition


Visto che l'anno vecchio sta finendo ed il nuovo è dietro l'angolo ho deciso di fare pulizia fra le bozze del blog. A sorpresa, ho ritrovato un vecchio post che avevo rimosso a seguito di quella che oggi ritengo una semplice "scaramuccia fra bambini". Mi ha strappato un sorriso nella rilettura e quindi ho deciso di riproporlo. C'è dentro un po' de Il Piccolo Pricipe: un libro che mi lascia piuttosto indifferente, ma che contiene al suo interno qualche eterna verità sulle relazioni umane. 

Nonostante il pezzo fosse scritto abbastanza bene, almeno secondo la modesta opinione dei (pochi) lettori che erano capitati da queste parti, volevo cambiare qualcosa: rattoppare qualche strappo, ravvivarne il colore. Insomma, tirarne fuori qualcosa di buono grazie alla consapevolezza del poi. Ma in fondo un ricordo è un ricordo e nessuno ha il diritto di alterarne la percezione, neppure chi lo ha vissuto. Troverete solo qualche nuova pennellata qua e là per correggere qualche sbavatura, nulla più. Non mi sono mai lasciato cullare dalla nostalgia, quindi non aspettatevi malinconia, né rassegnazione. Sul fondo della bottiglia non si trovano sentimenti ma solo la consapevolezza della fine di una storia, come tante ce ne sono al mondo. 

Alla fine, parafrasando Murakami, quello che deve rimanere, rimane. Ma, più importante, quello che si deve perdere, si perde. 

Ed è giusto così.



To Her



Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe,
"io, non ti volevo far del male,
ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"È vero" disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano"

Ricordo i suoi capelli color dell'estate che splendevano anche nelle giornate di pioggia. Il profumo di menta e dolcezza che l'accompagnava ogni volta che voleva mostrarsi ai miei occhi increduli. Ricordo il giardino nascosto ai piedi del castello, quasi fosse una fiaba medioevale. Ricordo la chiesa silenziosa sulla cima della collina, dove potevamo perderci nel silenzio della città. Ricordo la terrazza dove invece la città diventava nostra e nostra ancora. Ricordo il sottotetto caldo e afoso, in cui ci nascondevamo alla sera. Ricordo le labbra tinte di un rosa leggero leggero; i suoi occhi marroni e profondi che riflettevano la mia insicurezza. Ricordo le corse in macchina per prendere la corriera, perché per quanto durasse il pomeriggio il tempo non era mai abbastanza. Ricordo il guardarla nello specchietto della macchina allontanarsi di spalle, volerla rincorrere ma avere troppa paura. Ricordo osservarla girarsi e correre verso di me, e poi il nostro primo bacio.

Ricordo le rose gialle, i libri e i cd. Ricordo i litigi, il non essere mai abbastanza, il cercare qualcosa che distraesse da tutto il resto. Ricordo il prendere le cose troppo sul serio, le lacrime tinte di blu cobalto, la mia maglietta sporca. Ricordo le panchine e i prati, le parole che non le ho detto e quelle che invece avrei voluto. Ricordo le stelle che guardavamo mentre ero al telefono e sussurrava per non farsi sentire da chi le stava intorno, quasi avesse le labbra appoggiate al mio orecchio. Ricordo l'agitazione e la testardaggine, ricordo l'ansia e la disattenzione. Ricordo di averla persa da qualche parte nel mio continuo vagare, stanco del giorno e della notte. Ricordo l'esasperazione e il distacco.

L'altro giorno stavo leggendo una storia di cavalieri con armature brillanti, di draghi volanti, di torri dimenticate ornate da edera verde e di principesse dalle lunghe trecce. Cercavo fra le righe il lieto fine, dove ogni paura svanisce e il coraggio viene ripagato. Prima ancora che potessi terminare la mente ha cominciato a vagare e l'immaginazione ha risucchiato ogni parola scritta nel suo vortice di magia e disincanto. Cercavo il mio e il suo volto assieme ma non li ho trovati. Ero troppo occupato a combattere contro i mulini a vento per rendermi conto di cosa stava succedendo. Pensavo di sapere già la fine del racconto e per questo, di prendermi del tempo per conoscermi meglio. Ma le principesse non aspettano e i cavalieri si susseguono.

E io "non ho mai creduto che ci sia un lieto fine. Solo che prima o poi si termina al meglio che si può. Solo che nell'interagire sta sospesa la percezione dell'esserci". Volevo dire così tante cose che probabilmente sarei rimasto in silenzio ad osservare, come mio solito. Volevo riparare agli sbagli e agli errori perché vivo nel sogno irrealizzabile che alla fine qualcosa di buono può sempre succedere.

E noi? Noi dovevamo rubare parole alla notte, bruciare e ballare come un fuoco sulla spiaggia, riposare assieme come la rugiada del mattino sulle foglie assonnate, e poi rinascere ancora, temprati dal tempo, nella più colorata primavera delle nostre anime.

Nulla più.

Ma questa, che voglia crederci o no, è un'altra storia. Non più la mia.

" [...] Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha..."
"Che cosa vuol dire?"
"Quando tu guarderai il cielo, la notte,
visto che io abiterò in una di esse,
visto che io riderò in una di esse,
allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero.
Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!"
E rise ancora.
"E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre),
sarai contento di avermi conosciuto.
Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me.
E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere...
E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere
guardando il cielo. Allora tu dirai:
"Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!"
e ti crederanno pazzo."T'avrò fatto un brutto scherzo..."
E rise ancora."Sarà come se t'avessi dato,
invece delle stelle,
mucchi di sonagli che sanno ridere..."
Antoine de Saint-Exupèry

7 dicembre 2015

Short Dreamlike Delirium (Breve Delirio Onirico)



Nell'aria si diffonde l'odore di tiepido dei tramonti rosso acceso. Nella rete della loro tranquillità una moltitudine di lacrime viene purificata. 

Solo un lontano ricordo sopravvive sbiadito, assieme a qualche stridio di cicala accoccolata nell'erba alta.

Un ritmato gioco di sfumature avvolge l'orizzonte, fino alla cima del mondo che il mio occhio conosce. Sembra strappare l'Inferno dal ventre della Terra. 

Non c'è violenza nell'esplosione immobile. La delicatezza della carezza di una madre. 

È un frammento di memoria che riempe la nostra parte di infinito, quaggiù, al di qua del Paradiso.

3 novembre 2015

Stillness



- "Cosa cerchi in fondo a quella tazza?"

Sbatto gli occhi velocemente e guardo mia sorella. Non so per quanto tempo ho fissato il cerchio lilla lasciato da una tisana di un non ben precisato gusto. E' uno di quei momenti in cui ti perdi in un'immagine, una qualunque, finché qualcuno non te ne tira fuori a forza con un brusco scossone. Hai messo in pausa il mondo dal suo continuo movimento e sarebbe giusto che solo tu decidessi quando restituirgli vita, ma quaggiù non ci è concesso molto e questo di certo no.

- "Vestiti, che dobbiamo andare! Sei pronto?", sento rimbeccare dall'altra stanza. 

Mi alzo svogliato. Devo sempre andare da qualche parte ultimamente. Il medico, in palestra, in università. Alla fine della giornata vedo tutti i posti assomigliarsi come nelle foto delle riviste di design. E' tutto uguale, tutto ripetuto, ritmato, reinterpretato. Persino i dettagli che dovrebbero distinguerli l'uno dall'altro finisco per essere occhi senza colore o dita senza impronte, tutti uguali come piccole perle sferiche, perfette, appese come decorazioni impercettibili ai lobi delle stanze e degli atrii.

- "Sempre in ritardo sei... Ti vuoi muovere?"

Non sopporto più le domande. Poche sono interessanti e ancora meno sono quelle intelligenti. Le persone ti chiedono sempre le cose più ovvie. Non hanno il coraggio di approfittare nemmeno dei rapporti più stretti per paura di incrinare l'intimità conquistata a fatica nel tempo. L'intimità non è altro che una corda sospesa nel vuoto tesa fra persona e persona. Se vuoi avvicinarti non devi avere paura dei passi da fare, anche piccoli. Devi testare l'equilibrio.

- "Hai voglia di uscire? Altrimenti io sto anche a casa eh!", minaccia con voce acuta mia sorella. 

Comincio a spogliare i vestiti nell'armadio e decido per colori tenui, quasi anonimi, ma delicati. Equilibrio; è sempre stata una parola che racchiude in sé un'incredibile forza, una magia arcaica che si perde nel rumore delle serpentine dei refrigeratori, delle marmitte delle automobili, nelle persiane elettriche che si abbassano al tramonto per nascondere le viscere delle nostre abitazioni piene di quelle stanze identiche fra loro, identiche a se stesse. Appese alle finestre solo nuvole di stoffa, ancorate alla realtà che custodiscono immobili, sempre sull'attenti e senza ombre o pieghe. Nella loro austerità si nasconde la tristezza velata di chi non vuole condividere i segreti che gesta in grembo, come un vigliacco, da tempo immemore e forse da più di una vita intera.

- "Lavala quella tazza, per favore... "

Non mi va. Non voglio togliere quello che è stato aggiunto anche se superfluo, come un cerchio colorato, qualche increspatura di colore sui bordi, la riga irregolare di una goccia scivolata sulla ceramica lucida. 

- "Allora, andiamo?", dice impaziente.

Sono ancora indeciso, rallentato. Mi chiedo se in quella sospensione, nella solennità di quell'attimo in cui tutto era immobile cercavo un indizio di felicità, illudendomi di trovarla sul fondo di una tazza di primo mattino. La felicità è un fiore di carta nato da infinite pieghe che muore nell'istante stesso in cui si schiude, muore nel fuoco vivo del rancore covato dal mondo intero. Ogni petalo si contorce e si fonde con la fiamma, dissolvendosi in frammenti di cenere che volano in vortici al cielo. La felicità è come la perfezione: rapida, veloce. E' la sensazione dell'eterno che filtra l'essenza della gioia condensandola in una lacrima di estasi. E' un istante, nulla più di un istante. 

- "Eccomi, arrivo, devo solo prendere il cappotto..", rispondo.

Il cappotto di lana mi fa sentire subito al caldo, una coccola inaspettata. Appena metto piede fuori dalla porta mi si gela il viso, la pelle fredda. 

- "Corri che arriva il bus..", suggerisce mia sorella, e scompare a grandi passi.

30 aprile 2015

Der Untergang



Come siamo arrivati a questo punto? 

Abbiamo ventott'anni portati a fatica dietro barbe incolte, risvolti ai jeans che ti puoi permettere solo se hai caviglie da ballerina e camicie con fantasie vomitate da improbabili artisti. Un retaggio del diffuso hipsterismo che ha colpito duro la società con un pugno ben assestato nello stomaco. Una battaglia persa ancora prima di annunciare l'intenzione della guerra: il rigetto del conformismo che si conforma a sé stesso; in due parole, una caricatura. 

Ci siamo arrivati di soppiatto, senza rendercene conto. Come quelle gite domenicali che fai da piccolo, legato ad un seggiolino di sicurezza in una familiare con tutta la famiglia attorno. Non sai perché sei lì, non sai cosa stai facendo, non sai dove stai andando. Sei perso nel paesaggio che scivola sul finestrino come un 18 millimetri a cui hanno applicato un filtro Instagram per renderlo più reale. Ad un tratto la macchina frena, scendi, ti svesti e sei davanti ad una pozza d'acqua con trecento tedeschi bianchi come il latte e duri come il diamante che ne ornano la riva. Sei lì, punto.

E tu non sai nemmeno se ci volevi venire.

Ti trascinano in cima al costone a sud della zona balneare. Di solito è lo zio che vuole fare il simpatico a tutti i costi perché non ha figli suoi e deve compensare cercando di uccidere quelli degli altri. Ti sporgi e l'occhio affoga nei metri che separano in verticale la terra dall'acqua. La pupilla si lascia inghiottire dall'iride, investita dalla luce riflessa con una violenza inaudita. Un passo indietro per il bagliore e quasi si perde l'equilibrio. Tutti si buttano e allora prendi la rincorsa. 

E tu non sai nemmeno se volevi saltare.

L'acqua è fredda. Non tocchi e fai fatica anche a nuotare. Ti viene in mente che hai anche fatto colazione. Abbondante. Ma ormai ci sei dentro fino al collo. In certi momenti anche sopra il collo, quelli in cui respiri oltre all'ossigeno anche l'idrogeno: per capirci, quando affondi perché non hai più forze. Due parole ti risuonano in testa: "colazione" e "abbondante". Perché, in fondo, non sai fare altro che ripeterti.

Come siamo arrivati a questo punto? 

Abbiamo ventott'anni, l'età in cui ti aspetti che andrà tutto bene perché, come diceva un grande, hai passato l'età del tragico. "I poeti muoiono a vent'anni e le rock star a ventiquattro". E tu non sei mai stato né poeta né musicista. Ma fai quello con l'orecchio fino e la passione per i libri, ascoltando band che nessuno ascolta e leggendo libri che nessuno legge, credendo che in fondo a qualcuno possa interessare come argomento di conversazione. Perchè è facile fare il sapiente davanti agli angeli della desolazione, con il contraddittorio assente e la platea ignorante che ascolta personaggi ancor più ignoranti cresciuti cibandosi del proprio sé.

Di profondo non c'è mai stato nulla, nemmeno qual lago. Di profondo non è mai esistito nulla, ché tutto è già stato scritto o detto o dovrà essere scritto ed essere detto. L'istante in cui stiamo esistendo è già passato e futuro e noi non lo sappiamo perché crediamo sia eterno. Ventott'anni sono un preludio, un allegro minuetto che si diffonde senza forma e senza tempo in una dimensione metafisica: invenzione, pura invenzione dell'intelletto. Perché la più dura verità è che tutto è un'invenzione. E di questo ci beffiamo finché non incappiamo in "certe bizzarre occasioni e circostanze in questa strana mistura che chiamiamo vita in cui un uomo prende l'intero universo per un'immensa burla, sebbene l'arguzia di ciò non riesca a percepirla che indistintamente, e nutra più d'un sospetto che la burla non sia alle spalle d'altri bensì alle sue."

Perché, in fondo il massimo pensiero a cui abbiamo aspirato nella confusione generale è stato solo uno: "colazione" e "abbondante".




29 giugno 2013

"View from heaven"



c'era una finestra aperta stasera in paradiso. pochi vi si sono affacciati per vedere cos'era quel frastuono che saliva veloce dal fondo del mondo. una volta lassù si perde la curiosità perchè tutto è svelato e la si dona ai bambini in fasce, timorosi delle ombre che riescono a scorgere fra le figure distorte di parenti premurosi che si accalcano in fronte ai loro visi. 

mi chiedo se anche tu hai smesso di cercare quello che ti rendeva felice.

qualcuno ha quasi imprecato perchè sentiva uno spiffero salire beffardo e strafottente da sotto la tonaca bianca e scalare la schiena saltando a ogni vertebra sporgente fino a mordere il collo poco prima dell'attaccatura dei capelli. poi si è ricordato che l'abito fa il monaco ed il luogo richiede una certa coerenza di fondo, continuando a camminare incurante. guardare da dove venisse quell'alito d'aria costava troppa fatica.

mi chiedo se anche tu ogni tanto sbeffeggi questi vecchi santi svogliati.

il cielo era così terso che potevo vederci attraverso, anche nel buio della notte. è il momento migliore per cercare di scorgere qualcosa. di giorno dicono che c'è troppo riflesso e puoi solo specchiarti, nemmeno troppo bene. 

mi chiedo dove cammini quando le nuvole spariscono dal cielo.

la finestra se la sono dimentica aperta, lassù in paradiso. da qui, ora, lo vedo chiaramente. la tenda sbuffa in continuazione, stufa dell'aria che la tormenta senza sosta. la cervicale di qualche santo comincia a spazientirsi. qualcuno fa fatica a prendere sonno. 

prima di andare a dormire ho urlato qualcosa quaggiù, dal fondo del mondo.

mi chiedo se, fra il rumore e la confusione, sia riuscito a sentirlo anche tu...

2 novembre 2012

Vagrant Story

come ogni fine estate anche quest anno è arrivato il momento di fare i bagagli e scendere verso la città. fa quasi spavento vedere che tutte le mie cose stanno in poco più di uno scatolone; quelle importanti anche in meno, diceva mio nonno. l'isolamento montano pieno di pagine d'autore, notti fredde, brina mattutina, bici, sole è finito un po' prima del solito e la cosa ha una sfaccettatura malinconica. c'è un cambio di ritmo, da rock-vacanza a speedmetal-università ed ogni scusa è buona per scaricare un film indie, di quelli che la gente di solito non capisce o non conosce o tutte e due le cose. pensando a quello che si lascia e quello che aspetta vien voglia di assaporare per un'ultima volta tutto quello che c'è quassù e che non ha nulla a che spartire con il mondo laggiù. c'è sempre qualcosa da scoprire fra i sentieri della montagna e c'è sempre qualcosa che questa ti racconta, se sai ascoltare bene, in silenzio.

camminando sui campi di fieno appena tagliati mi fermo un attimo fra un covone e l'altro e guardando in altro vedo le prime Viaggiatrici Piumate, le allodole, che disegnano qualche lettera nel cielo trascinandosi verso sud. mi sono sempre chiesto se abbiano paura di perdersi strada facendo: forse stanno solo provando le partenze intelligenti, in anticipo di quasi un mese su tutte le altre. vorranno assicurarsi i posti migliori o evitare il traffico, in fondo tutto il mondo è paese. se passando mi avessero visto sono sicuro che mi avrebbero salutato. 

la stanchezza che si raccoglie all'imbrunire in ogni parte del corpo va stemprata con una lunga pausa e quale posto migliore se non il Re dei Covoni che come una statua riposa in cima alla collina e da lì sorveglia ogni cosa che giace immobile? è lui che quando cala la sera racconta le fiabe della buonanotte per far addormentare tutti gli altri rotoli di fieno e dà un bacio in fronte alla Trebbiatrice che stanca dalle fatiche agricole dorme già in mezzo al campo, vicino al Melo che con le sue fronde la ripara premuroso.

ci vuole un salto secco, deciso, preciso per arrivare quasi in vetta al Re: non è detto che ci si riesca al primo tentativo. bisogna calcolare e controllare ogni attimo di quel movimento come un ginnasta e una volta che le mani toccano la paglia afferrarsi stretti e puntare i pedi trascinandosi sulla sommità come se fosse l'ultima cosa da fare in questa vita terrena. è quando ti distendi a rifiatare per lo sforzo con la schiena che gratta la superficie curva e pungente (nel senso che punge, come un letto da fachiro, anche se non ne ho mai provato uno) che vieni ripagato di ogni fatica. il Re è ancora barcollante e lo senti dondolare appena sotto di te in segno di sconfitta. l'hai domato e riconosce la tua bravura nonostante quel ciondolio continuo sia testimone del movimento sgraziato che ti ha fatto vincere la battaglia: c'è ancora del lavoro da fare.

le allodole ancora lontane dalla loro meta mediterranea sono ormai sparite - come l'ultimo sole - ma hanno ceduto il loro posto alle cicale, i Soprani della Terra, che annunciano la Madre Notte con i loro gracidii intonati in un coro asincrono. mi è venuta improvvisamente voglia di autunno, di castagne, di pozzanghere da increspare saltandoci dentro, di muschio e di giallo e rosso, di cappotti e berrette. c'è ancora un alito di vento caldo che spira da qualche paese fortunato in cui le persone scure in faccia per i raggi del sole portano ceste di frutti tropicali ai mercati e vestono con eleganti e variopinti teli di seta, o forse arriva da qualche paese povero che maledice quella calura incessante e la siccità che provoca. quelle risate e imprecazioni si raccolgono in un solo sospiro che porta lontano tutti i sentimenti e li mescola in un calderone fiammeggiante che ribolle in una tenue tranquillità. 

a poco a poco le stelle si accendono alcune da sole altre in compagnia. chissà se si sentono mai sole essendo così distanti. forse sono solo timide, ché escono sempre di notte e se parli a voce troppo alta certe volte ti sentono e non si fanno nemmeno vedere. forse sono solo le Lampade dell'Universo che esseri alieni accendono per paura del buio e più vicino sei a loro più riesci a vederle meglio. non segnano nessun ora ma mi ricordano che è tardi e che è ora di tornare a casa, davanti al fuoco caldo e vivo. anche il Re è stanco di portarmi in spalla e sta diventando umido e freddo per la fatica. un'ultima occhiata in su, occhi al cielo. c'è un piccolo puntino giallo oro che brilla da qualche parte sopra la mia testa e sembra una neon intermittente di un bar del bronx, quasi volesse segnalare un qualche messaggio telegrafico: punto, punto, linea, punto, linea, linea.... se è un extraterrestre che sta cercando di contattarmi anche lui deve aver fatto tardi, dev'essersi perso in un qualche campo di asteroidi a farsi raccontare qualche storia dalle cose attorno a lui. anche se, devo ammettere, forse è solo una stella difettosa che ha bruciato la resistenza e va sostituita. in fondo anche lì, in mezzo al nulla, c'è bisogno di un elettricista - ma uno bravo - che sappia risolvere il problema. 

e vista l'ora, mi sa che questa volta viene a costare un sacco...



13 maggio 2012

At The End Of The World

- hai gli occhi tristi, e stanchi -

poi si è voltata e se ne andata. è l'ultima cosa che ricordo di lei, assieme ad una carezza sul viso, proprio dove ho una fossetta; quella che lei adorava nel silenzio delle lenzuola al mattino. ancora faccio fatica a rievocare i motivi della nostro abbandono reciproco, perchè sono cose che non succedono da un giorno all'altro ma crescono immobili nascoste dietro alle bugie dette dopo un pranzo o un viaggio o prima di salutarsi. mi sforzo e a malapena mi torna in mente il tono della sua voce quando diceva "ti voglio bene": stava lì assopito e si è risvegliato come le favole che mi leggevano da bambino e che ogni tanto prima di dormire tornano a cullarmi fra l'ultimo pensiero e il primo sogno. 

- ci vediamo in giro, se capita -

solo questo sono riuscito a dirle. poi sono salito in macchina e ho guidato fino ad un posto che non mi ricordasse lei, perchè in fondo quando qualcosa finisce quello che si deve fare è dimenticare; e in fretta. ho guidato e ho fatto saltare i vetri della macchina cantando a squarciagola ogni canzone che passava nello stereo. scalavo le marce con rabbia e ad ogni semaforo mi mangiavo le unghie. il paesaggio assolato scorreva libero incorniciato dalla carrozzeria opaca della mia auto: come un film da pellicola aveva un effetto oltremodo luminoso che faceva così male agli occhi che non potevo fare a meno di piangere. perchè si piange solo se entra qualcosa nell'occhio o se si rimane abbagliati dal mondo esterno nel pieno del mezzogiorno quando i riflessi sulle foglie degli alberi li fanno sembrare giganteschi strobi da discoteca.

non è mai capitato di vedersi in giro. siamo fuggiti tutti e due, lei dietro a un altro uomo innamorato e io dietro al mio lavoro in città agli antipodi del globo. così distanti che sono quasi vicine. mi alzo presto alla mattina e faccio un giro nel campo di mele, o manzanar come lo chiamano i locali, a due passi dal posto in cui vivo. non la chiamo casa perchè ci sono ancora gli scatoloni pieni di cose ammassate alla rinfusa e sono troppo pigro per sistemare tutto. mia madre ha sempre detto che non puoi dire che sia casa tua finchè non hai delle tende appese alle finestre e io, le tende, non ho mai potuto soffrirle. 

il giorno sembra infinito quando ti alzi a vedere l'alba, dura più di un intero sogno ad occhi aperti. mezzogiorno e tramonto li osservo sotto un vecchio tronco inciso da ragazzini con temperini arrugginiti. riposo fino a sera, quando non rimane che un piccolo pezzo di cielo sospeso fra la montagna verde e il sole. la luce non durerà a lungo e allora mi alzo e ritrovo le mie impronte mattutine nell'erba schiacciata. 

- torni a casa, forestiero? -

mi urla javiero, un contadino in canottiera, da sotto un bel cappello di paglia intrecciato a mano dai bambini del posto che si annoiano durante le vacanze estive. usano i quattro spiccioli guadagnati vendendo ornamenti per comprare della coca-cola al bar di paese e vanno a berla in riva al fiume dove abbandonano i tappi di bottiglia nel fango e consumano i primi baci con ragazze ingenue di qualche anno più giovani. 
lo guardo mettendo una mano davanti al volto per nascondermi dall'ultimo squarcio di luce. non vorrei che cadesse una lacrima, chè si piange solo quando si rimane abbagliati.

- no amigo, non ancora.. -



22 dicembre 2011

Wagon Wheel


se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? - che aspettavano solo di potersi posare sulle ninfee color panna. ne ho staccato un petalo e l'ho abbandonato alla corrente. non ricordo cosa è successo dopo perchè ho smesso di guardare distratto dai cerchi nell'acqua. quelli erano perfetti.. quelli facevano paura. ho ancora le mani pasticciate tanto che ho provato a lavarle con tutto il sapone che sono riuscito a trovare ma sono ancora sporche e allora le ho sfregate e sfregate nella cenere del camino ma si sono sgretolate fino all'osso del polso ed ora non posso più far nulla. ho raccolto quel mucchio di resti e l'ho seppellito sotto ad un tumulo di terra bruciata. devo avere un nonno-lucertola perchè il giorno dopo sono ricresciute fino alla punta delle dita, identiche a prima ed io non ci ho capito un accidenti di niente. allora mi sono disteso al sole sulla roccia più lontana dalla mia casa e dal fumo del comignolo di montagna per onorare il mio avo e il mio corpo si è ricoperto di pelle scura, scura come la notte che stava arrivando. gli occhi sobbalzavano impazziti ed erano l'unica cosa che si poteva vedere e che brillava assieme al mio sorriso. ho dovuto cominciare a strofinarmi sulla corteccia dei pini albini perchè sentivo l'intero corpo prudere e così avanti fino a mattina quando l'intera foresta si è annerita ed i pini albini erano ormai solo un lontano ricordo. il mio corpo era tornato bianco latte orrendo mostruoso coperto di corteccia. sono tornato nel cassetto dell'infanzia e ho rubato una scatola di pastelli ed ho iniziato prima giallo poi rosso poi blu li ho mischiati creando un cocktail di colori e mi sono ubriacato e per tutto il pomeriggio così avanti. ho creato così tanti colori che alcuni erano perfino inimmaginabili, non si credeva esistessero e li ho mescolati per nascondere quel pallore che ricopriva il mio corpo dalla testa ai piedi. ero un uomo-arcobaleno-rettile-corteccia, un misto di ogni forza di quella che hanno chiamato natura. eppure mal sopportavo ogni cosa pur essendone parte. ero una parte di tutto e nulla di intero, nulla di niente. se me ne sono andato avrò avuto sicuramente un buon motivo, non credi? continui a cercarmi fra le linee dei disegni fatti con i pastelli, quelle sgranate psichedeliche confuse e non ti rendi conto della mancanza di rispetto che stai avendo nei miei confronti. ho finito di dipingere la faccia di un mostro che di mostruoso aveva solo i contorni anneriti e fuori dai bordi c'erano le libellule canterine - o erano cicale? e così avanti.

22 giugno 2011

Soul & Body


"torno subito"

non il prima possibile.
non più tardi del giusto momento.

good bye..

3 marzo 2011

The Never Ending Story - part I

Saranno almeno quaranta i gradi che segna il termometro appeso alla ventola dell'aria condizionata come un'ironica decorazione dentro alla Bolgia, bar noto fra i bassifondi del quarto girone infernale di questa disgraziata periferia. il barista sputa in terra abbellendo il linoleum marcito sotto i suoi piedi mentre versa un altro giro per tutta la Gang, o almeno quelli che non si sono persi per strada a raccattare cicche da qualche sconosciuto. sono tutti seduti attorno ad una tavola rotonda intagliata da teppisti quindicenni frequentatori occasionali nelle ore di marina. le uniche scritte a penna sono firme contraffatte di genitori.

la sbobba alcolica arriva a destinazione e scompare negli stomaci dopo un brindisi veloce. in un sorso l'Avvoltoio butta giù il liquore seguito da smorfie varie e sbatte il bicchiere sul tavolo. tenendo fede al suo soprannome, perde un attimo la concentrazione seguendo il tanga disegnato sul culo di una maggiorata che sta uscendo buttando il posteriore a destra e a sinistra. vicino BarbieScarpe disapprova rimettendolo a posto da sotto il tavolo con il suo tacco dodici, scuotendo i capelli ramati. La morale qui non è un'opinione, almeno nei giorni dispari. di fronte Pascal segue divertito, ghignando. Lui è il filosofo della vita di mezzo e ce lo dimostra ordinado altre pinte, questa volta senza erre moscia. dal fondo sbucano le Chiare, un' unica entità femminile che deve il suo soprannome a due prorompenti seni. ogni sua apparizione carica l'aria di ormoni maschili e colli torti a 180 gradi. sulla sua spalla destra penzola la coda del Guercio, un felino domestico che si è giocato già troppe delle sue sette vite e mi addocchia da dietro la cicatrice: non corre buon sangue fra di noi. Charlie è in ritardo, sta aspettando Limone. ancora oggi ignoro il perchè dei loro soprannomi, credo fossero già scritti nei loro geni ancor prima della notte dei tempi in cui tutto è stato creato quindi non mi rimane che indovinare: mi immagino Charlie a letto con tre DonneAngelo piene di ali piumate posticce e Limoz l'esperto del limone duro, quello con la lingua di ferro. Ad ogni modo da capotavola parte una bestemmia frecciarossa espressa con cinque minuti di ritardo accumulati fra Vaffanculo e Stronzi. è l'indistinguibile dolcezza di BarbieScaricatriceDiPorto, donna passionale dal linguaggio cristianamente scorretto. i due compari non hanno scuse, dovevano essere già qui a trangugiare fuoco e risate.

la porta d'ingresso sbatte, dovranno esser loro per forza e invece entrano una bionda e una ancor più bionda che chiameremo la Secca e la Sanguisuga. la prima è magra quanto basta per esser classificata fisico da terzo mondo e la seconda la segue a traino in uno strano rapporto di simbiosi. Avranno sì e no diciotto anni, a farla lunga, decorate come vere prostitute d'altoborgo con drappi leopardati e capelli color platino. gli occhi pestati di trucco e le labbra tinte di rossetto in risalto sulla carnagione impallidita da un fard biancastro: una generazione rovinata dal ladygagaismo imperante sulle emittenti e i giornaletti scandalistici da quattro soldi che insegnano ai teenager modelli di cui non hanno bisogno, ma al tavolo dei grandi pensatori alcolici impazzano i commenti. BarbieScarpe ride con le Chiare, BarbieScaricatriceDiPorto complotta con il Guercio torture medioevali di indicibile crudeltà, io e Pascal decidiamo come dividercele. La Secca va dritta al banco e chiede un Virgin GinTonic, probabilmente per compensare con tutti gli uomini che ha avuto. La Sanguisuga la segue a ruota, tenendo fede al suo improvvisato soprannome. io Pascal e l'Avvoltoio ci alziamo all'unisono e approcciamo le due ladygagaiste pop-punk-skunk decadute mentre subiamo il fuoco incrociato delle bestemmie delle nostre compagne rimaste sedute al tavolo. ci guardano disgustate da sotto la frangia biondo-cenere, o almeno così si intuisce: dietrofront, noi non supplichiamo mai, se la tengano e se la lustrino fino a brillare.

Limo e Charlie sono dispersi fra i cubetti di porfido di Piazza MaggiorStiCazzi, come la chiamiamo in gergo goliardico. decidiamo di muoverci e andare a recuperare l'ultimo pezzo della compagnia. girando per le strade passiamo in rassegna tutta la fauna notturna della nostra città che scorre come fotogrammi di un film su pellicola 16mm, uno dopo l'altro, in continuazione. teenager justinbieriani, dodicenni in crisi adolescenziale senza ormoni in corpo, colombiani ubriachi, PisciaInpiedi, storici con scarso senso dell'umorismo, gang di 50centisti, Folkabbestia, Punkabbestia, anoressiche alla Kate Moss, finocchi coltivati con fertilizzante superturbominchiapower, animali che vestono altri animali, coppie stanche della loro relazione, rastafarianesti pallidi come la morte scoloriti dal troppo sole preso sulle spiagge di Ibiza e un drogato. che sfigato! bucarsi non va più di moda, ma lui è fedele alla sua roba e alla sua siringa.

Piazza MaggiorStiCazzi è proprio dietro Vicolo XXX, quello con i portici semi illuminati che si vede a fatica, dove le coppiette si imbucano per un quarto d'ora di privacy rubato alla serata. Ci siamo quasi, lo sappiamo perché incorniciati dall'ombra di una volta ci sono le figure di Charlie e Limone, la strana coppia, che attendono con fare da teppisti appoggiati al muro di una chiesa. Ora siamo al completo. Le nostre urla arrivano fino agli ultimi piani dei palazzi storici abitati da vecchi pulciosi che ci insegnano l'educazione a secchiate d'acqua gelida, o almeno così vorrebbero. Disturbiamo non per maleducazione ma perchè da una certa ora in poi è difficile contenere quello che ti butti dentro per tutto il giorno fra un Vaffanculo e un PrendiInCulo e lo esterniamo come meglio si può a risate, alcool e fumo. BarbieScarpe se ne esce con un "Finchè c'è birra e sigarette va tutto bene". Cinque alto d'approvazione: schiacciato! continuiamo fino a che a Pascal non vien voglia di stuzzicare un paio di ragazze che vengono incontro camminando abbracciate. Il filosofo della luna piena sa come muoversi, lo ha sempre saputo e subito sbatte in faccia alle due finte lesbogirl avvinghiate la sua verità sulla vita. dopo due battute ha già un contatto Facebook, Twitter, cellulare, mail, indirizzo, codice fiscale, gruppo sanguigno, anamnesi fino alla bisnonna belga e giorni in cui il fidanzatino è fuori con gli amici. non lo fa con interesse, ma credo per un puro divertimento nell'instaurare una relazione con la nostra Umanità perduta.
"Come cazzo fai?" chiede l'Avvoltoio incuriosito.
"Già come cazzo ci riesci?" ribadisco allibito.
"E' facile, basta dive qualcosa e poi giocavsi qualche cavta. Cazzo impvovvisa no? Le ho invitate ad una manifestazione!" risponde con la sua erre moscia.
se è facile, è facile.. lo ha detto il filosofo delle notti d'autunno! Io e l'Avvoltoio decidiamo che è tempo di provare le mosse del maestro. puntiamo due, sicuramente amiche, sedute a chiacchierare. è il momento, improvvisiamo. andiamo avanti per un po': ridono divertite, allegre. hanno entrambe un bel sorriso. salutiamo e torniamo nella mischia di risate e birre in lattina di qualità scadente.
"Allora? Com'è andata?" chiede BarbieScarpe.
"Hanno detto che vengono alla manifestazione, ma solo se è contro di noi"

Risate. Qualcuno si sveglia e bestemmia. Qualcuno ride con noi, ma non ci importa. questa è la nostra città, il nostro territorio, la nostra strada. siamo i padroni di questo mondo fatto di carne araba arrostita sugli spiedi e di bottiglie di vino bevute seduti su una fontana a tarda notte. BarbieScaricatriceDiPorto dice che è tempo di abbandonare le buone maniere e darci dentro, ricordando che stiamo interropendo la sacra liturgia della signora Notte. Le Chiare annuiscono ballonzolando e distraendoci per qualche secondo. BarbieScarpe ed io ci facciamo accompagnare dal fumo di un paio di Philip BluNotte estratte da un caricatore da dieci appena aperto. Il Guercio rizza il pelo e si lancia all'attacco di una bionda. Forse l'avevo giudicato male, dopotutto. e mentre penso questo Pascal, l'Avvoltoio, Charlie e Limone si aprono una birra, ancora, e scherzano fra di loro divertiti, ancora. posso solo dire che tutto questo era successo e molto altro ancora doveva succedere in questa pazza notte che a noi, sinceramente, tanto strana non sembrava.

to be continued..


Dedicato a V., A., S., L., C., M., M. e Nebbia

21 gennaio 2011

dream || ɯɐǝɹp

non saprei dire in che luogo, nè in che tempo nè chi con esattezza, ma un giorno qualcuno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha cominciato a raccontare storie; e queste storie erano di una bellezza spaventosa, così meravigliose che facevano dimenticare ad ognuno la propria misera esistenza. si narrava di amanti che condividevano lo stesso cielo e la stessa terra e di eroi il cui cuore traboccava coraggio e zampillava sangue color rovere quand'essi cadevano in battaglia. gli esploratori viaggiavano su navi cariche di frutti esotici, accompagnati da marinai con la pelle d'ebano e i capelli seccati dall'aria marina intrisa di salsedine. le lunghe sciabole riposavano appese alla cinta pronte ad esser sguainate per combattere filibustieri, indigeni e pirati dai denti marci. gli studiosi nelle biblioteche, invece, portavano con loro pile di libri ingialliti scritti con mille calligrafie differenti e avevano sempre qualcosa da fare, come le mamme che accudiscono pazientemente i loro figli. era tutto un sogno che sbocciava e moriva in una sera calmando le preoccupazioni di tutti. qualcuno, un giorno, ha deciso che vivere non era più abbastanza.

è cominciato tutto per gioco, cercando di rinvenire le reminescenze assopite dei sogni notturni sepolte da qualche parte nella corteccia cerebrale. immagini frammentarie e lontane come fotografie fuori fuoco accatastate in un mosaico d'incertezza venivano ripescate nella lucidità del giorno e battezzate nella fontana della consolazione. mettendole in sequenza si componeva una strana storia zeppa di lacune che venivano colmate in modo quasi imbarazzante. rammendare quel tessuto sfilacciato e logoro era un'impresa quasi impossibile perchè chi tentava non aveva parole adatte all'occasione. così si dovevano creare neologismi ed espressioni che arricchivano una lingua povera specchio dell'indigenza della città in cui vivevano tutti. solo alcuni riuscivano a giocare con la lingua del posto e mentre la massa balbettava insicura loro ammaliavano con nuove combinazioni di lettere e accenti. si coprivano i volti con maschere bianche decorate con sottili fili di acrilico nero e portavano lunghi abiti rossi nascondendosi sotto cappucci enormi e scuri. alla sera quando la giornata morta nel tramonto pulsava forte in testa, tutti si sedevano in cerchio rilassando le mani e incrociando le ginocchia e con voce ferma i druidi di questa babele dimenticata cominciavano a parlare avvolgendo le orecchie della platea silenziosa, mentre la fame di esistenza veniva a poco a poco saziata immaginando le colline fiorite ai margini della pianura e le paludi ronzanti di insetti. in antiche torri di pietra lavica cortigiane maliziose intrattenevano nobili che desideravano languidi il loro seno a balconcino e la vita sottile stretta nei corsetti sempre sul punto di esplodere. era un alternarsi di magia che accompagnava fino al sonno quieto i neonati in fasce fra le braccia di giovani donne.

alcuni il mattino dopo non si svegliavano nemmeno, incapaci di affrontare quell'incubo che era diventata al loro routine quotidiana fatta di lavoro, di rabbia, di fatica, di lotta, di incongruenze e di nausea. alcuni scrivevano stralci del racconto della sera prima sui palmi delle mani con inchiostro nero e li rileggevano di nascosto prima che il sudore li trasformasse in scarabocchi senza senso. i bambini all'asilo si coloravano le facce con i pastelli per assomigliare ai loro eroi notturni lasciando i giochi nelle scatole di cartone mentre le maestre si rimiravano negli specchi dei bagni ravvivandosi i capelli e assumendo pose da dive gonfiando i grembiuli e piegandoli malamente a forma di vestiti da palcoscenico. gli uomini al lavoro nei campi spronavano i muli a imbizzarrirsi come cavalli dal crine strigliato con spazzole di rame e maneggiavano le forche e le zappe quasi dovessero scendere in guerra il quel preciso momento e la terra incolta veniva fagocitata dalle erbe selvatiche e dai rovi spinosi. ognuno cercava un modo per fuggire e creare una propria dimensione, surrogato di felicità ingoiato in pillole preserali i cui effetti collaterali violentavano il giorno da vivere a occhi aperti e lucidi. pian piano andavano spegnendosi, ogni anima bruciava sempre meno mentre la testa esplodeva trincerandosi dietro l'idillio di un re normanno; e presto giunse il tempo dell'ultima storia e dell'ultimo respiro prima del rassicurante sonno eterno.

qualcuno un giorno ha deciso che vivere non era più abbastanza e ha ingannato il tempo e lo spazio con racconti che vivono d'infinito e tutti si sono abbandonati alle più tenere visioni percorsi da brividi e da spasmi mentre compiacevano il proprio ego di porcellana decorandolo con la voluttà della loro esistenza. ormai lo spavento dell'ignoto era dilagato come una malattia infettiva e nessuno voleva tornare a quell'incertezza costruita giorno dopo giorno nelle case e negli appartamenti, negli uffici e nelle scuole. sorrisi felici su volti sereni si spegnevano in fiabe cavalleresche che tutti avevano scelto. avevano fatto a cambio come bambini che giocano a completare un album di figurine perchè, assorti e ingenui, avevano scordato che in realtà anche il nostro mondo nasce e muore di continuo, silenzioso, come "un sogno dentro un sogno".

6 dicembre 2010

Glancin' Summer

gli occhi stanchi sono ancora socchiusi per il poco riposo. le gambe pesanti. la spalla dolorante. questa mattina il risveglio è dei peggiori e la sveglia continua a suonare crudele dall'altro lato del letto. cammino piano fra le stanze ancora avvolte dal buio della mattina. accendo qua e là lampade elettriche che infiammano la loro resistenza, accendo il microonde e scaldo dell'acqua per un thé, sperando che mi aiuti a riprendere vita. dalla credenza prendo una bustina per infusi, pensando che fa abbastanza freddo per convincermi a vestirmi con qualcosa di più pesante della mia maglietta.

mi sono sempre piaciuti i calzini colorati, quelli a strisce, di cotone, che sembrano avvolgere i piedi con un arcobaleno. ricordano le giornate estive passate distesi su prati d'infinita tessitura verde che in autunno si riempiono di cilindrici mausolei di fieno giallo spento. sembrano tanti piccoli sepolcri che i contadini hanno deciso d'abbandonare per commemorare la natura che via via va spegnendosi in tinte calde come le braci di un focolare. e le braci ricordano i cibi cotti in un involucro di alluminio, semplici come la vita d'un tempo vissuta in case segnate dalle venature del legno e dal profumo di resina. e il legno ricorda alberi sinceri come il canto delle cicale le sere d'agosto, abbattuti da boscaioli rudi con asce e seghe dai denti spuntati.

quelle calze variopinte proteggono dal freddo invernale e scaldano la pelle nuda anche solo guardandole, mentre fuori dalla finestra pioggia bianca continua a scendere e i camini mischiano il loro fumo denso con la nebbia grigia che nasconde tutto quello che circonda con i suoi tentacoli informi. mi alzo dal letto in cui mi ero rituffato e giro l'angolo. le tazze enormi riposano a testa in giù su una pezza di tessuto, in cucina, dopo la colazione. alcune hanno qualche sbeccatura. una invece mette in mostra spigoli vivi di ceramica al posto del manico, esibendo la sua unicità in un mondo di tazze fatte tutte nello stesso modo.

sulla scrivania qualche libro aperto che svogliato racconta delle formule matematiche di dubbio gusto, e in un angolo nascosto dall'ombra della lampada da studio, un disegno a matita che ritrae un viso d'angelo, distratto a guardare nel vuoto e a nuotare in pensieri così lontani che se parlassero s'udirebbero appena. i tratti neri e grigi si intrecciano dando vita a una trama di grafite così fitta che a stento si riescono a distinguere i segni. le matite s'incrociano in rigidi origami astratti e lì vicino, quasi come intrusa, una penna blu senza il suo cappuccio.

cercavo qualcosa questa mattina, nel mio agitato pellegrinaggio domestico. cercavo di comprendere l'intero universo dal fondo della scatola da scarpe in cui siamo stati rinchiusi. cercavo una parola per definire un qualche concetto che nemmeno ricordo. pensavo a un susseguirsi di suoni che riempisse la bocca per distrarla dal silenzio del luogo in cui mi trovavo. cercavo il senso delle cose nel fiocco di neve che sboccia da una goccia d'acqua nata dal fondo del mare. forse cercavo un senso e basta, senza troppi fronzoli o abbellimenti vari. mettere una bella cornice ad un'opera d'arte non fa che svilire il lavoro dell'artista, perchè ogni cosa deve presentarsi sincera ed onesta se vuole mantenere la sua integrità. cercavo tutto questo, e nulla più.

è tardi. prendo una quaderno che sa d'impressionismo e lo nascondo nello zaino mentre esco di corsa ascoltando una canzone di cui non ricordo il titolo, e perdendomi nelle sue note confuse mi torna in mente che questa mattina, ricadendo nella realtà, cercavo un sogno dentro un sogno, per cullare la giornata che si affacciava impertinente da dietro una montagna.